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Alessandro Magno rivive nelle moderne strategie politiche
(II parte)

Logos e Mythos

Laura Benatti

Como, 14 agosto 2018.
Essere eccessivamente repentini nel prendere una decisione e nell’agire di conseguenza non è sempre sinonimo di saggezza, lo sappiamo, soprattutto nei momenti in cui il nostro animo vibra di risentimento… ma per Alessandro non è mai stato così. La sua tattica consisteva nel non concedere mai una tregua al nemico, bisognava invece sbalordirlo, colpirlo all’improvviso, prima che questi potesse rendersene conto. 

Secondo il biografo Plutarco (45 d.C./127 d.C.), autore delle “Vite parallele”, Alessandro era tanto ostinato quanto impulsivo, sin da fanciullo infatti rispondeva a grande fatica agli ordini impartitigli da suo padre Filippo II, anzi era più facile che facesse esattamente il contrario di quanto gli era stato esortato; tuttavia il carattere di Alessandro presentava anche un lato logico, razionale (lόgos).Sappiamo infatti che era un appassionato lettore e un profondo studioso di filosofia (probabilmente per la formazione ricevuta direttamente dal filosofo Aristotele, suo maestro). In politica e nell’arte militare accanto alla strategia, al calcolo, alla lungimiranza coesisteva il thymόs, il ribollimento interiore, che lo guidava verso decisioni e conseguenti azioni immediate. Pensiamo alla distruzione di Tebe. Siamo nel 334 a.C. e la città di Tebe (credendo erroneamente che Alessandro fosse morto sul campo di battaglia, mentre in realtà stava conducendo una spedizione militare verso l’Illiria per consolidare i confini settentrionali del suo dominio) si ribella all’egemonia macedone: Alessandro in modo del tutto rapido e inaspettato (thymόs) fa decretare dalla Lega Corinzia (di cui lui era a capo) la distruzione dell’intera città e l’uccisione e la deportazione in schiavitù dei suoi abitanti, dando così un esempio a tutti i Greci che avessero eventualmente nutrito la malsana idea di ribellarsi al suo volere, ma facendo nel contempo apparire la decisione come presa esclusivamente dalla Lega Corinzia (quindi Greci contro Greci) e non macchiandosi quindi di alcuna responsabilità. Inoltre per salvaguardare ulteriormente la propria immagine stabilisce di mantenere salva la sola casa di Pindaro come manifestazione di sensibilità nei confronti della poesia (lόgos). 

Ancora: l’episodio dell’uccisione di Clito. Per comprenderlo a fondo dobbiamo considerare il rapporto che egli aveva con suo padre Filippo II: questi rappresentò per lui il più vicino e importante modello di comportamento; sin da bambino lo aveva visto condurre campagne militari una dopo l’altra, vincendo sempre in maniera vistosa, sopravvivendo alle ferite più gravi. E tutto questo portò Alessandro a sviluppare a dismisura la parte competitiva della propria personalità: egli avvertì sempre il bisogno impellente, quasi fosse un dovere, di superare suo padre, anzi fu costantemente angosciato dall’idea che Filippo II non gli avrebbe lasciato nessuna grande impresa da mostrare al mondo intero, perciò in ogni discorso, anche in ogni riferimento, Alessandro, appena poteva, riduceva al minimo la gloria paterna, a volte ridicolizzandolo.

Sempre secondo Plutarco il giovane presentava tratti di temperamento violento che unitamente all’assunzione eccessiva di alcolici (se aveva un forte autocontrollo verso ogni bisogno fisico, non riusciva a porsi limiti quando si trattava di bere) lo condussero all’assassinio dell’inseparabile amico Clito (la cui sorella era stata balia di Alessandro).“In un giorno di festa Alessandro invitò gli amici ad un banchetto. Subito gli uomini furono appesantiti dal vino. Allora uno dei commensali elencò le gesta nobilissime di Filippo, padre di Alessandro. Quindi Alessandro si alzò per rispondere:" Io supero mio padre e le mie gesta sono più grandi". Tutti i convitati, per essere adulatori nei confronti del re, annuirono, eccetto Clito, amico inveterato di Filippo, che difese la memoria di Filippo. Clito lodò le sue gesta con tanto ardore che Alessandro si accese d'ira e con rabbia conficcò una freccia nel corpo dell’amico. Quando l'ira cessò di ribollire e l'ubriachezza se ne fu andata, Alessandro provò tanto dolore per il suo delitto da bramare di espiare la colpa con la morte. Rimase per molti giorni in questo desiderio di morte. Allora tutti gli amici e i militari supplicarono Alessandro di non abbandonare l'esercito in regioni ostili e inesplorate. Perciò Alessandro, per non deludere i soldati, ricominciò la guerra”(Giustino, II d.C.). 

“Alessandro, durante un giorno solenne, convocò gli amici ad un banchetto dove, sorta menzione fra loro ubriachi delle imprese compiute da Filippo, egli stesso cominciò ad anteporsi al padre e ad elevare fino al cielo la grandezza delle sue stesse imprese, mentre la maggior parte dei commensali annuiva. E così, poiché uno dei più vecchi, Clito, fiducioso nell'amicizia del re, difendeva la memoria di Filippo e ne lodava le imprese, offese a tal punto il re che, sottratta una lancia ad una guardia, massacrò Clito stesso nel corso del banchetto. Ma, dopo che il suo animo soddisfatto dall'omicidio si acquietò e la stima succedette al posto dell'ira, egli cominciò a provare dolore per quella azione e, rivoltosi al pentimento con lo stesso furore (thymόs)  con il quale in precedenza si era rivolto all'ira, volle morire. Dapprima scoppiò in lacrime, cominciò ad abbracciare il morto, a toccarne le ferite, a confessare la propria pazzia e dopo rivolse verso di sé un dardo e avrebbe compiuto il misfatto, se non fossero intervenuti gli amici. Questa volontà di morire durò anche nei giorni successivi. Al rimorso per la propria nutrice si era sommato infatti il ricordo della sorella di Clito: poiché aveva dato a quello una ricompensa così crudele in cambio dei suoi insegnamenti, per questo motivo, cadde nell’inedia per quattro giorni, finché non venne supplicato dalle preghiere dell’intero esercito che lo scongiurava di non dolersi della morte di uno solo, così da perdere tutti gli altri. (Curzio Rufo I/II d.C.). 

Alla morte del suo inseparabile amico e amante Efestione, mentre il compagno giaceva ormai moribondo, esalando gli ultimi soffi di vita, Alessandro sotto la spinta della passione e dell’impulso, gli prospettava quelle che sarebbero state le loro conquiste e vittorie successive, con una tale sicurezza come se le avesse difronte agli occhi, come se fossero già avvenute. In realtà, sappiamo che Alessandro dopo la morte del compagno non si riprese più, anzi incominciò a mostrare sempre più palesemente e in modo imbarazzante segni di megalomania e paranoia.

Ma com’era considerata la rapidità nel mondo antico? Una dote o un difetto? Il mitico personaggio dell’Iliade, Achille, (da cui, fra l’altro, Alessandro riteneva di discendere per parte della madre Olimpia) è ricordato con l’epiteto “pie’ veloce”: la velocità fisica, infatti, era una delle tante doti del semidio ancora una volta  unitamente con il thymόs(pensiamo al I verso dell’Iliade “Cantami, o diva del Pelide Achille l’ira funesta”). Ma anche tra i numerosi figli di Zeus esisteva un Kairόs, l’attimo fuggente e irripetibile. Il suo aspetto, giovane ed alato, era caratterizzato da un folto ciuffo di capelli sulla fronte e sui lati del volto (ad indicare che poteva essere afferrato in un unico e irripetibile istante), mentre la nuca era liscia (l’attimo perso non può più essere recuperato); egli correva velocissimo ed era difficile da catturare una volta passato. 

Secondo i Greci esistevano due divinità del tempo: Kairόs Krόnos. Quest’ultimoindicava la natura quantitativa dello scorrere incessante dei minuti,  mentre Kairόs quella qualitativa, soggettiva, indeterminata e indefinita. “Poiché il tempo non è una persona che potremo raggiungere sulla strada quando se ne sarà andata, onoriamolo con letizia e allegrezza diu spirito quando ci passa accanto”(J.W.Goethe con lo stesso spirito oraziano del “Carpe diem”)e ancora il poeta tedesco ci dice “Der Tag läuft weg wie das Leben, man tut nichts und weiß doch nicht, wo die Zeit hinkommt”. 

Precipitandoci a capofitto dal mito nella storia, incontriamo nell’antica Grecia la figura dell’emerodromo, praticamente il pony expressdi oggi, colui che in un solo giorno copriva notevoli distanze per recare notizie. Oggi si ritiene che allora esistessero emerodromi in grado di percorrere circa 110 miglia in 15 ore, nonostante oggi non si possa essere del tutto certi sui tempi effettivamente impiegati datali personaggi. Famoso il nome di Fidippide che, secondo quanto ci riferisce lo storiografo Erodoto di Turi o di Alicarnasso (V sec. a.C.), venne inviato dagli Ateniesi poco prima della battaglia di Maratona del 490 a.C. a chiedere aiuto agli Spartani contro i Persiani, coprendo la distanza di circa 240 km in due giorni; invece secondo il biografo Plutarco, nello scritto “Sulla gloria degli Ateniesi”, un emerodromo, dopo la battaglia di Maratona, avrebbe compiuto una corsa da Maratona ad Atene, armato completamente, ad una temperatura di circa 40°, per annunciare agli Ateniesi la vittoria sui Persiani, avrebbe appena fatto in tempo a pronunciare il verbo “Nenikékamen” “Abbiamo vinto” e sarebbe poi spirato per lo sforzo. Secondo Plutarco tale emerodromo si sarebbe chiamato Tersippo, oppure Eucle, a seconda delle fonti storiche. Lo scrittore Luciano di Samosata (II d.C.) invece denomina il corridore Filippide o Fidippide. Tale versione sarebbe però poco accreditata perché probabilmente Luciano confuse questo emerodromo con quel Filippide o Fidippide che in precedenza si era recato a Sparta per chiedere aiuto contro i Persiani. Dal toponimo Maratona (alla lettera “campo di finocchi”, presente già nell’Odissea, VII,103,), città a circa 40 km da Atene, ha tratto il nome oggi la corsa podistica come specialità olimpionica, ma il termine è anche usato in senso più ampio ad indicare qualsiasi evento sportivo, e non, che esiga grande resistenza. Anche lo stesso comandante degli Ateniesi, Milziade, proprio in tale contesto, a passo di corsa condusse gli Ateniesi in armi contro il nemico per un chilometro e mezzo, senza attendere i soccorsi richiesti a Sparta. 

Arrivando a tempi relativamente più vicini rispetto ai nostri, un personaggio storico che sicuramente non esitò mai, ma fece seguire immediatamente  al pensiero l’azione fu Napoleone Bonaparte che così viene descritto da Alessandro Manzoni nella celebre ode “Cinque Maggio”: “…cadde, risorse e giacque…/…il subito sparir…/di quel securo il fulmine tenea dietro il baleno…/…chinati i rai fulminei…/…e il concitato imperio e il celere ubbidir…/”. 

Concludo, riportando una celebre frase espressa nello “Zibaldone” dal sommo poeta recanatese Giacomo Leopardi (1798/1837), un’espressione che, a mio giudizio, sintetizza e sublima in poche semplici parole quanto finora è stato detto: “La velocità è piacevolissima per se sola, cioè per la vivacità, la forza, la vita di tal sensazione. Essa desta realmente una quasi idea dell’infinito, sublima l’anima, la fortifica“…e questo di certo bene si adattava ad Alessandro Magno.

 



 

 

 

 

 

 

 

 

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