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Phobos

Il satellite più vicino a suo padre, il pianeta Marte

Laura Benatti

Como, 12 gennaio 2018.
Non ci chiediamo mai perché la paura che attanaglia tutti noi in alcuni momenti della nostra vita in modo irrazionale e persistente con la repulsione verso uno o più elementi, animati o inanimati, di per sé non realmente pericolosi, è chiamata “fobia”?

Certamente come moltissimi termini dell’ambito medico e psicologico essa deriva dall’omonimo sostantivo del greco antico, ma… aveva un volto questa emozione?

Phobos era un giovane, figlio di Afrodite e di Ares (rispettivamente Venere e Marte per gli antichi Romani), ci racconta Esiodo (Teogonia, vv.933/937), che aveva a Sparta il tempio maggiore a lui dedicato e gli Spartiati (la classe più privilegiata di Sparta) lo invocavano prima di scendere in battaglia. Sappiamo da Plutarco (Vita di Alessandro) che persino il grande comandante macedone, la notte precedente la battaglia di Gaugamela (331 a.C.) contro il re persiano Dario III, fece sacrifici in onore di questo dio. Esisteva una bellissima pianta a lui consacrata, l’acero rosso, nella mitologia greca considerato l’albero della paura perché si riteneva che il colore rosso acceso delle sue foglie nella stagione autunnale (che ricorda vagamente il colore del sangue) fosse in grado di risvegliare la divinità dal suo torpore.

Phobos (paura) e Deimos (terrore), suo fratello, accompagnavano sempre in battaglia il loro padre, Ares, dio della guerra…

«Egli [Ares] parlò, e ordinò al Terrore e alla Paura di preparare i suoi destrieri. E lui stesso indossò l'armatura scintillante.» (Omero, Iliade, libro XV, 119-120). Le fonti letterarie non dicono nulla del suo aspetto. L'unica rappresentazione di cui abbiamo notizia è quella dell'Arca di Kypselos (Pausania, v, 19, 4) in cui Phobos compare con un corpo umano e testa di leone come simbolo apotropaico su uno scudo. L’Arca di Kypselos è in legno di cedro, con ricchi fregi figurati in avorio, opera perduta di un ignoto artista corinzio del VI sec. a.C. e dono votivo fatto al santuario di Olimpia. Nel II sec. d.C. lo scrittore greco Pausania vide quest’Arca e la descrisse minutamente nel libro V (17, 5 - 19, 10); il testo serve come riferimento per ogni trattazione sull’argomento. Basandosi su questa testimonianza si sono volute vedere rappresentazioni di Phobos in alcune figure ibride, miste di una parte umana e di una leonina, talvolta alate, che rientrano nella serie di dèmoni animaleschi che stanno sotto l'influsso dell'arte orientale, mentre altre volte si è considerata come immagine di Phobos la testa di Gorgone barbata, che aveva un'analoga funzione apotropaica. Tuttavia gli studî per attribuire a Phobos una particolare iconografia non hanno dato finora buoni risultati.

Ma Phobos e Deimos continuano a vivere ancora oggi e chissà per quanto tempo ancora… Sono usciti dai libri di mitologia greca e hanno fatto irruzione nella storia dell’astronomia catturando l’interesse e l’attenzione degli scienziati più illustri.

Già all'inizio del XVII secolo Keplero aveva ipotizzato che il pianeta Marte potesse avere due satelliti. Asaph Hall, in seguito, scoprì Deimos il 12 agosto 1877 e Phobos il seguente 18 agosto.
Difficilmente osservabili dalla Terra, i due satelliti furono studiati in modo scientificamente più approfondito grazie alle immagini teletrasmesse a terra dalle sonde automatiche Mariner 9 (1971), Viking 1 (1977), Phobos 2 (1988) e Mars Global Surveyor (1998, 2003).

Phobos in realtà è un corpo scuro, sembra composto da una superficie simile a quello degli asteroidi. Ha tuttavia una densità troppo bassa per poter essere costituito solo da roccia, probabilmente deriva da una mistura di roccia e ghiaccio o, forse, è addirittura cavo (questa sembra però essere un’ipotesi ormai superata).
La sonda spaziale sovietica Phobos 2 rilevò nel 1988 una debole, ma continua emissione di gas; sfortunatamente la sonda smise improvvisamente di funzionare (sembra quasi che Phobos desiderasse rimanere avvolto nel mistero) prima di poter identificare il materiale emesso e finire la propria missione con l'atterraggio dei due lander, ma molto probabilmente si trattava semplicemente di acqua. Le recenti immagini della Mars Global Surveyor indicano che Phobos è ricoperto da uno strato di polvere sottile spessa circa un metro simile alla regolite che ricopre la Luna.

La superficie di Phobos appare notevolmente craterizzata. La sua caratteristica più evidente è certamente il grande cratere Stickney, corrispondente al cognome della moglie di Asaph Hall (Angeline Stickney).
Phobos è un satellite molto piccolo e dista da suo padre circa 9300 km; tale prossimità tuttavia sembra che in futuro sarà per lui più una rovina che un vantaggio perché verrà disintegrato a causa della forza di gravità esercitata da Marte.

Phobos sorge e tramonta due volte al giorno, nasce da Ovest ed è visibile anche nel cielo notturno. Sembra che l’affetto filiale, che nel mito legava Phobos ad Ares, sia confermato dagli stessi studi astronomici: Phobos, infatti, come la Luna, è in rotazione sincrona con Marte cioè mostra sempre la stessa faccia al suo pianeta, quasi in segno di devozione. Il pianeta Marte prende il nome dal dio romano della guerra per il suo colore rosso, dovuto di certo alla presenza di ossido di ferro (ruggine), ma che ricorda la guerra caratterizzata da sangue, fuoco e distruzione. Per il colore fuoco e la sua vicinanza alla Terra, Marte godeva di particolare rispetto e timore presso i Babilonesi i quali lo ritenevano un astro nefasto, apportatore di morte e di calamità naturali.
Nel mondo greco-romano al pianeta erano associate molte caratteristiche del dio omonimo come l‘irascibilità e la propensione all’adulterio.

Dal punto di vista astrologico è simbolo della violenza cieca, della passione, dell’aggressività… ma Marte presenta anche qualche aspetto positivo come l’audacia e la fermezza nel condurre alla meta le proprie aspirazioni; era inoltre considerato protettore della chirurgia e i suoi transiti venivano utilizzati anticamente nella medicina astrologica come spie utili ad indicare il momento più opportuno per i salassi e gli interventi sulla circolazione sanguigna.

Di certo tra i tanti motivi che ci affascinano e che ci fanno sognare quando alziamo lo sguardo verso il cielo stellato c’è anche il profondo legame che questi astri riescono a mantenere con un mondo mitologico lontanissimo, ancestrale, magico e, come recitava il poeta inglese William Blake (1757/1827), “Chi non ha luce in viso non diventerà mai una stella”.

 

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