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Scarpe rosse

Lettres italiennes

Man geht davon aus, dass die katholische Kirche in Italien jährlich circa eine Milliarde Euro an Kirchensteuer erhält. Rechnet man die verschiendenen Steuererleichterungen dazu, bekäme der Vatikan vom Italienischen Staat ungefähr sechs Milliarden Euro. Wenigsten die Schuhe könnte die Kirche bezahlen.

Corrado Conforti

Nel 1534 François Rabelais, il grande scrittore francese autore di Gargantua e Pantagruel accompagnò a Roma, in qualità di suo segretario, il vescovo di Parigi Jean du Bellay. Giunto al cospetto del papa, il prelato in segno di omaggio si inchinò, come richiedeva il cerimoniale, per baciargli la pantofola. Quando fu il turno di Rabelais, questi rimase per qualche secondo immobile, poi, rispondendo ai tanti sguardi che gli chiedevano conto delle sue esitazioni, disse che se un personaggio tanto illustre aveva baciato la pantofola al pontefice, cosa avrebbe dovuto baciargli lui che era persona di nessun riguardo. Rendendosi poi conto di come la sua frase potesse essere interpretata e delle conseguenze che essa avrebbe potuto avere per lui, si precipitò in strada e, montato a cavallo, si allontanò sotto un diluvio torrenziale.

Oggi un diverso sentimento della dignità della persona fa sì che la pantofola al papa non si baci più; si bacia al massimo l’anello in un gesto che, se pure intende mostrare ardente religiosità, rivela invece una certa bigotteria, la regressione cioè della devozione a ostentazione gestuale. La pantofola dunque non si bacia, ma le pantofole papali esistono ancora e anzi oggi, grazie a una stampa ben informata, sappiamo anche chi ne è l’artefice.
Adriano Stefanelli si chiama l’artigiano e imprenditore novarese, il quale, in un’intervista rilasciata alla Süddeutsche Zeitung ci illustra tutti i dettagli della sua attività. Sappiamo così che il pontefice porta il numero 42 e che riceve da Stefanelli ogni anno quattro paia di scarpe, due invernali e due estive. Dettaglio di non secondaria importanza: tutte le calzature papali hanno il medesimo colore: rosso fiamma. Ora, poiché mi è difficile immaginare che il santo padre consumi ogni anno (e di conseguenza getti via) quattro paia di scarpe, un calcolo approssimativo mi rivela che nella scarpiera di Benedetto XVI ci sono al momento più di una dozzina di paia di calzature di colore rosso. Questo significa che se il suo pontificato sarà lungo come gli auguriamo, alla fine le scarpe rosse deborderanno dalla scarpiera; cosicché, se pure non riuscirà mai ad eguagliare il primato di Imelda Marcos, il pontefice potrà tuttavia entrare nel Guinnes dei primati come possessore del maggior numero di scarpe rosse maschili. Le quali, fra l’altro, sono piuttosto care: ogni paio - ci illumina il calzolaio - costerebbe la bellezza di 1200 euro. Costerebbe, sì, perché Stefanelli non vende le scarpe al papa: gliele regala. Ci informa infatti il generoso artigiano che la sua solida fede cattolica gli impedisce di ricevere denaro dal santo padre. Bravo, dirà qualcuno. Mica tanto dico invece io. Sì, perché né la Chiesa, né il papa hanno bisogno della carità di Stefanelli. Nelle casse del Vaticano affluisce infatti ogni anno circa un miliardo di euro, dono dei fedeli che destinano l’8 per mille dei propri redditi alla chiesa cattolica e dono ancora di quei contribuenti che, non specificando la destinazione della suddetta percentuale, finiscono per farla arrivare in gran parte nelle casse di Santa Romana Chiesa. Ma non basta: è stato calcolato che, tra esenzioni, finanziamenti alle scuole cattoliche e altre forme di agevolazioni fiscali, i miliardi di euro diventano sei, di cui soltanto una piccola parte viene destinata alla beneficenza. Ecco allora un suggerimento per il devoto Stefanelli: si faccia pagare le scarpe e destini il ricavato a qualche istituzione caritatevole; ce ne sono tante che avrà soltanto l’imbarazzo della scelta.
E ora torniamo a dove eravamo partiti: al bacio della pantofola. Alcune settimane fa il signor B. che, tra una telefonata e l’altra per piazzare alla RAI starlets di ogni tipo e tentativi disperati di evitare i suoi processi, non riesce a trovare il tempo di fare il presidente del Consiglio, ha trovato invece qualche minuto per recarsi in Vaticano. Qui, davanti a una schiera di fotografi convocati allo scopo, ha baciato con trasporto non la pantofola (ma ne sarebbe stato capace, acciacchi senili permettendo) bensì l’anello papale. Dimenticava, il signor B., che, in quanto capo del governo, rappresenta nelle occasioni ufficiali anche quegli italiani che si riconosco in altre fedi o che, laici, non si riconoscono in nessuna.
Mi viene in mente il giorno dell’incoronazione di ‘Abd Allāha II a re di Giordania. Mentre il nuovo sovrano scendeva le scale del suo palazzo, alcuni zelanti sudditi gli hanno afferrato le mani per baciargliele e lui, inorridito, le ha tirate via. Altre latitudini direte voi. Altre latitudini dico anch’io. Non quelle di Stoccolma però: quelle di Amman, in questo caso assai più settentrionali di quelle di Roma.

(2008-4 pag 19)

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