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La pesca della discordia

Corrado Conforti

Monaco di Baviera, 15 ottobre 2023.
E qui già cominciamo male. E già perché, scritto così, il titolo di questo articolo risulta parecchio ambiguo. In italiano infatti, dal momento che gli accenti si segnano solo se cadono sull’ultima vocale e mai all’interno della parola, la pronuncia di pesca può essere con la e chiusa, come in mela, o con la e aperta, come in verme (che poi è spesso l’inquilino del frutto). Nel primo caso con pésca si indica l’attività atta a procurarsi il pesce; nel secondo caso si intende invece quel frutto dalla buccia vellutata proveniente dalla Persia a cui i latini diedero il nome di melum persica (mela persiana), nome che è poi rimasto nel dialetto della mia città, Roma, nella quale, ancora ai tempi della mia infanzia, nei mercatini rionali i “fruttaroli” strillavano “Che persiche! Che persiche! Signo’ venite a vedé che persiche!”

 

Dunque, leggendo il titolo di questo mio articolo, qualcuno penserà che il contenuto riferisca di un conflitto, come ce ne sono stati già parecchi in passato, per esempio tra Italia e Tunisia, uno di quei conflitti scoppiati ogni volta che un peschereccio italiano sconfinava nelle acque del paese nord africano. E invece no, il titolo che ho scelto parla proprio del frutto sopra nominato. Come è possibile? È possibilismo, perché in Italia, non lo dimenticate, le conseguenze di un qualsiasi fatto, fioriscono spesso nel fertile terreno del ridicolo.

Ecco dunque i fatti. Un supermercato ha invaso le tv private (e anche la RAI che, nonostante, pretenda un canone, è di fatto un’emittente imbottita di spot) con una pubblicità tecnicamente ben fatta ma zuccherosa e lacrimevole la quale, forse perché destinata alle casalinghe, gioca sui sentimenti delle mamme. Eccone in breve lo svolgimento. Una bambina sugli otto-nove anni sfugge all’interno di un supermercato all’attenzione della madre. Dove sarà andata? È sgattaiolata al reparto frutteria e lì ha preso una pesca. Quando la mamma la rintraccia, la rimprovera, ma le compra la pesca. La bambina però non l’ha presa per sé, lei ha ben altri scopi. Dal seguito delle immagini scopriamo che i suoi genitori sono una coppia separata e che il giorno della spesa è anche quello che la piccola trascorre con il padre. Costui ha il viso mesto del papà sofferente, sofferente, è chiaro, a causa della separazione. Dunque il babbo arriva al portone della moglie e suona al citofono. La bambina scende e porta con sé la pesca e subito la offre al padre. “Questa te la manda la mamma” dice. E il papà la riceve felice, scambiandola per un tentativo di riconciliazione, tentativo che c’è sì, ma non da parte della mamma, ma della figlia, la quale vedrebbe volentieri i genitori ritornare insieme.

Ora, la pubblicità ricorre a tutti i registri per realizzare il suo fine, che è uno solo: l’arida e bieca vendita. Per questo se uno trova uno spot simpatico, commovente o anche irritante, non ci pensa sopra più di tanto. Se invece ci pensa sopra più di tanto, o è un ingenuo o ha uno scopo: quello di ricavarne dei vantaggi. Era perciò quasi inevitabile che la nostra presidente del Consiglio (la quale mettendo a rischio i nostri timpani ci ha fatto a più riprese sapere che lei oltre a chiamarsi Giorgia è una madre e una cristiana) il nostro primo ministro, dicevo, si è subito precipitata alla tastiera del suo pc per twittare un commento opposto alle molte critiche che tale spot ha suscitato, critiche più che fondate, dal momento che esso somiglia parecchio a quelli che mezzo secolo fa, proiettati nelle sale cinematografiche prima del film, attaccavano la legge sul divorzio. “Bello e toccante” lo ha definito, proponendosi forse in questo modo quale difensora dell’inscindibilità del matrimonio. Cosa questa che le costa poco, visto che lei, cristiana apostolica romana, convive more uxorio senza essere sposata. 

Ora, in questa sciagurata penisola gli adulti ormai si comportano come i ragazzini. Il suo alleato-rivale, un nullafacente che, a dire la decadenza del nostro Paese, è diventato addirittura ministro, ha subito rilanciato, non solo twittando uno sgangherato commento, ma facendosi fotografare beato e beota, nel supermercato che ha commissionato quello spot.

Che dire? Bisogna forse ritornare alle regole del nostro idioma, a quella in particolare che permette alla c dolce, se seguita da una e e da una i, di trasformarsi, qualora si inserisca una h tra la suddetta consonante e la vocale che segue, in una cdura. 

Si dice “prendere qualcuno a pesci in faccia” per indicare un rimprovero severo. Ecco, il nostro lavativo meriterebbe un simile trattamento, ma non con un pesce (p-e-s-c-e), bensì con i frutti della discordia, vale a dire con delle pesche (p-e-s-c-h-e). In faccia fanno più male. 

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