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Vendesi

Annunciata a Monaco la vendita delle sedi di Consolato e Istituto di cultura. 
Seguirà la soppressione definitiva?

Pasquale Episcopo

Monaco, 31 marzo 2017.
Ci sono notizie che suscitano incredulità e sconcerto. E che farebbero ridere, se non ci fosse da piangere. Lo Stato italiano vuole vendere, a Monaco di Baviera, gli edifici sede del Consolato e dell’Istituto di cultura. La notizia è stata data senza fornire spiegazioni sul futuro delle due istituzioni. La preoccupazione sulla loro sorte ha indotto alcuni connazionali residenti a Monaco a indire una petizione online. Nel momento in cui scriviamo hanno firmato circa 700 persone.

Da quando la notizia è stata data, una domanda aleggia nelle menti dei molti utenti delle due istituzioni, italiani e non, in particolare tra i frequentatori dell’Istituto di cultura: la vendita delle due sedi è connessa all'acquisto (o all’affitto) di nuove sedi o sottende la successiva soppressione delle due istituzioni e delle funzioni che esse svolgono? 

In quest’articolo tenteremo di dare una risposta facendo nel contempo alcune considerazioni. La prima riguarda la mancanza di chiarezza e trasparenza sulla vendita. Siccome la notizia riguarda un bene pubblico e siccome le conseguenze della vendita ricadrebbero su migliaia di persone, ci si sarebbe aspettati più attenzione e rispetto nei confronti di questi cittadini. 

La decisione di mettere in vendita i due edifici è legata alla legge di stabilità, strumento con cui annualmente il governo realizza gli obiettivi di finanza pubblica. Puntualmente vi si parla di contenimento della spesa e di tagli agli sprechi, dei modi e delle misure per ottenere risparmi. E non potrebbe essere altrimenti vista l’immane voragine del debito pubblico italiano. Ma ci sono modi e modi. E sprechi e sprechi. 

Il 20 marzo la Rai ha trasmesso un servizio sulla casa-museo di Pirandello ad Agrigento. Nell’edificio, di 80 mq, lavorano 66 dipendenti, tra cui 15 custodi. A Torino nel museo egizio i custodi sono 32 per 10.000 mq. A Monaco i dipendenti dell'Istituto di cultura sono cinque. Saranno pure paragoni e discorsi da bar, ma come non indignarsi quando lo Stato con una mano distribuisce prebende ingiustificate e con l’altra impone sacrifici ingiusti? 

Ma torniamo alla legge di stabilità. Nelle edizioni degli ultimi anni ricorre la parola dismissione. In quella del 2011, ad esempio, è menzionata la dismissione del patrimonio immobiliare all’estero (legge n. 183, art. 6 comma 8). A questa legge si è poi collegata una proposta del Ministero degli Esteri di riduzione della spesa per gli anni 2014 - 2017. In essa si legge che il ministero intende razionalizzare il patrimonio immobiliare all’estero procedendo all'alienazione degli immobili non più funzionali e utilizzando il 70% del ricavato per “l’acquisto, la permuta o la manutenzione straordinaria di immobili necessari per le esigenze del ministero stesso”. 

Ebbene un immobile di proprietà dello Stato italiano, e non più in uso, esiste a Monaco. È una villetta che anni fa era usata dai servizi segreti. Situazione ben diversa è quella che riguarda gli immobili in cui hanno sede Consolato e Istituto di cultura. I relativi edifici appartengono allo Stato italiano rispettivamente dal 1951 e dal 1954. In essi si svolgono attività tutt'altro che secondarie o suscettibili di chiusura. Tali attività sono direttamente proporzionali a un bacino di utenza molto vasto e variegato, rappresentato non solo dagli italiani che vivono in Baviera, ma anche dai cittadini di altre nazionalità, tedeschi in primis, che hanno stabilito rapporti con l’Italia o che intendono stabilirli. 

Va detto che nella sede dell’Istituto di cultura hanno luogo, tra l'altro, anche i corsi di italiano. La lingua è il primo veicolo della cultura di un paese. Questo lo sanno bene perfino i cinesi che hanno in programma l’apertura, nei cinque continenti, di mille Istituti Confucio entro il 2050. Nonostante la nostra lingua sia molto richiesta (e, consentiamocelo, molto più bella di quella cinese), l'Italia i suoi istituti di cultura invece di aprirli li vende o li chiude. I due edifici di Monaco invece di essere venduti andrebbero sottoposti agli interventi di manutenzione straordinaria di cui hanno urgentemente bisogno per svolgere al meglio le loro funzioni. Per finanziare tali interventi potrebbe essere utilizzato il 70% dei proventi derivanti dalla vendita della villetta non più in uso. Auspichiamo quindi che la vendita di tale immobile avvenga in tempi brevi.

La Baviera è lo stato della Germania con la maggiore estensione geografica. Ha una popolazione di circa tredici milioni di abitanti, ben superiore a quella dell’Austria o a quella della Svizzera. Gli italiani che ci vivono sono circa centomila. In quanto sede di numerose industrie, di centri tecnologici d’eccellenza nonché di università e istituzioni culturali di primaria importanza, la Baviera ha intensi rapporti scientifici, commerciali, giuridici e culturali con l’Italia intera e in particolare con le regioni settentrionali.

Siccome se ne tralascerebbero non poche, è semplicemente impossibile elencare le innumerevoli realtà che impersonano questo felice connubio. Altrettanto impossibile è tentare di quantificarne il valore in quanto non riconducibile a un calcolo meramente economico. Una cosa però può essere affermata senza ombra di dubbio. L’introito derivante dalla vendita dei due edifici è certamente risibile se confrontato a tale valore, mentre i danni che ne deriverebbero in termini politici, sociali, culturali e di immagine sarebbero incalcolabili. 

Questi aspetti sono stati evidenziati in una lettera aperta inviata al Ministro degli Esteri da Daniela Di Benedetto e Claudio Cumani in qualità di presidente in carica ed ex-presidente del Comites di Monaco. Il Comites, organo politico di rappresentanza dei cittadini italiani, si è subito attivato indicendo una riunione per informare i cittadini e, successivamente, tenendoli informati con email e comunicati sugli sviluppi delle iniziative in sede politica. Oltre a questo citiamo anche l’interrogazione parlamentare depositata a marzo dal senatore Aldo Di Biagio, eletto per la circoscrizione Estero - Ripartizione Europa. 

A quanto pare qualcosa si è mosso e da Roma sono arrivate dichiarazioni rassicuranti. Basteranno a far considerare scampato il pericolo? C'è da sperarlo. Tuttavia le dismissioni di consolati e istituti di cultura avvenute nel mondo negli ultimi anni (e nonostante le rassicurazioni della politica) fanno temere il contrario. Nella sola Germania nel 2014 sono stati chiusi l’Istituto di cultura di Francoforte e gli uffici consolari di Norimberga. 

Abbiamo detto che la petizione ha raggiunto, online, le 700 firme. Siccome è stata pubblicizzata anche attraverso i social network locali ci si sarebbe aspettati un consenso di pubblico maggiore. Firmare o meno una petizione è una scelta personale che va rispettata. Astenersi dal farlo può dipendere dai motivi più svariati e bisognerebbe fare un'indagine approfondita per conoscerli. A giudicare da alcuni commenti postati sui social network tra i motivi c'è anche l'atteggiamento sfavorevole di coloro che sono critici nei confronti del personale del consolato, di cui lamentano scarsa disponibilità e cortesia. Ma di qui a preferire la vendita, e perfino la chiusura, di una istituzione così importante per la collettività il passo è lungo. E, per dirla con una frase trita e ritrita, non si può buttare l'acqua sporca con tutto il bambino.

Consolati e istituti di cultura sono un ponte tra le nazioni. Sopprimerli equivale ad abbattere questi ponti. Il 25 marzo scorso a Roma i capi di governo della UE hanno firmato una dichiarazione col chiaro obiettivo di rilanciare l’Unione e rimarcare l’importanza dei valori comuni e dei legami tra le nazioni partecipanti, a dispetto dei muri e quale baluardo della indivisibilità dell’Unione. Nella dichiarazione i leader dei 27 stati UE hanno sottolineato l’importanza dello sviluppo culturale e sociale e hanno sottoscritto “l’impegno a dare ascolto e risposte alle preoccupazioni espresse dai cittadini”. 

La speranza della collettività italiana e tedesca di Baviera, nonché di tutti coloro che vivono in questo Land e a cui sta a cuore il rapporto con l'Italia, è che questo impegno venga rispettato.

Comunque andrà a finire questa faccenda, la paventata vendita delle sedi di Consolato e Istituto di cultura rappresenta un'opportunità importante e unica per la comunità italiana ivi compreso il personale che in quelle sedi ci lavora. Quella di dimostrarsi più unita, compatta e coesa di fronte a un'emergenza che riguarda tutti. 

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