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Due personaggi in cerca d’autore

Intervista al gruppo teatrale Primaopoi

Die Münchner Theatergruppe “Primaopoi” wurde 2001 auf Initiative von Giulia Costabile und Stefano Fanni gegründet. Durch ihre Leidenschaft zum Theater gelang es den beiden, in kurzer Zeit eine Gruppe zusammenzustellen, die inzwischen in München sehr bekannt ist. Ihre jüngste Aufführung, „All’ombra del sambuco“ (Am Schatten des Holunders), unter Regie von Marco Pejrolo, hatte bereits großen Erfolg und begeisterte Zuschauer. Und zwar dank Improvisation, durch die das Werk eine atypische Erzählung mit außerordentlicher Aktualität ist.

Sasha Deiana

Lunedì 27 aprile si è tenuto presso il Gut Nederling Theater di Monaco il debutto dello spettacolo teatrale “All’ombra del sambuco”, scritto da Marina Joffreau e messo in scena dalla compagnia Primaopoi.

Primaopoi è un gruppo teatrale italiano che dal 2001 diletta il pubblico bavarese con rappresentazioni fresche, imprevedibili e sempre ricche di novità.

Siamo andati a conoscere più da vicino i fondatori della compagnia: Giulia Costabile, Stefano Fanni ed il regista Marco Pejrolo.

 

INTERVenti (INTERVenti): Giulia, come hai conosciuto Stefano e da cosa è nata l’idea di formare una compagnia teatrale?
Giulia Costabile (GC): Conobbi Stefano nel 2000 durante uno spettacolo messo in scena da alcuni colleghi francesi.
Io avevo concluso una lunga esperienza teatrale all’interno di un gruppo amatoriale, alla quale lo scioglimento del gruppo aveva posto fine e proposi a Stefano di creare una compagnia insieme a me, una compagnia che recitasse in lingua italiana. Stefano ne fu subito entusiasta. Dopo alcuni mesi mi contattò per definire meglio il nostro progetto. Spargemmo la voce tra colleghi ed amici e le risposte non tardarono ad arrivare; in molti si offrirono: come attori, come tecnici delle luci, tecnici del suono, truccatori e costumisti. Non si riusciva però a trovare qualcuno che si occupasse della regia; una compagnia teatrale ha bisogno di una figura carismatica, con buona conoscenza del teatro ed esperienza, che la sappia guidare.

IV: Quando è “entrato in scena” Marco?

GC: Una sera, durante uno spettacolo, incontrai un’amica che non vedevo da tempo; le raccontai della mia idea. Il fato volle che ad accompagnare la mia amica a teatro quella volta fosse proprio Marco, abile regista teatrale e sceneggiatore. Marco viveva a Torino; propose così una collaborazione a distanza.
Il gruppo era al completo. Dopo tre mesi, nell’autunno del 2001, ci riunimmo per il primo workshop. La nostra prima rappresentazione andò in scena invece nell’estate del 2002: “Enigma”.


IV: Stefano, il nome Primaopoi da chi è stato scelto e in quale circostanza?
Stefano Fanni (SF): Stavamo cercando un nome per la compagnia quando, uno degli attori presenti, un po’ rassegnato, si rivolse al resto del gruppo mormorando: “Beh dai, prima o poi lo troveremo”.
Da quel momento si iniziò a scherzare sulla locuzione primaopoi durante le prove, così, un po’per gioco, la si adottò come nome ufficiale del gruppo.

 

IV: Marco, in qualità di regista, noti delle differenze tra le esigenze del pubblico italiano e quello d’oltralpe?
Marco Pejrolo (MP): Monaco è una città culturalmente molto vivace e aperta alle novità; per questa ragione il tipo di teatro che ci concediamo di fare qui non sarebbe proponibile in Italia.
In Germania si può fare più ricerca, c’è maggiore libertà di codici rispetto a quello che il pubblico italiano richiede e una maggiore agilità nella produzione rende più immediato il passaggio da un’idea al prodotto finale. Si può accedere più facilmente agli spazi di prova e il pubblico si interessa anche a gruppi meno conosciuti.
In Italia dal punto di vista della produzione ci sono maggiori difficoltà.

IV: Questo da cosa dipende?
MP: Credo sia un fatto culturale. Un esempio, che fa capire il diverso approccio che si ha in Germania nei confronti del teatro contemporaneo, è rappresentato dal fatto che in Germania esista ancora la figura del drammaturgo, mentre in Italia questa figura non c’è più.
La realizzazione di una rappresentazione teatrale viene condotta da regia, direzione artistica e drammaturgo. Il regista si occupa di sviluppare e ultimare ciò che il drammaturgo ha individuato come soggetto, mentre il direttore artistico cura l’allestimento e gestisce l’aspetto economico. Tutto ciò è necessario per avere un’organizzazione ben strutturata.
In Italia le compagnie teatrali tendono a “autocelebrarsi” un po’creando una sorta di “circuiti protetti”, tra gli altri nel settore della produzione, e questo complica l’accesso alla suddetta. A conseguenza di ciò sempre più professionisti cercano lavoro all’estero.

 

IV: Marco, come avviene la preparazione di un vostro spettacolo, dal soggetto, alla stesura della sceneggiatura sino ad arrivare alla messa in scena, considerando che tu spesso non sei presente?

MP: Ogni progetto deve rispondere alle esigenze del gruppo, che all’inizio di una nuova produzione esprime i propri intenti: cambiare tecnica teatrale, esplorare nuovi territori, ecc... Avviene quindi una sorta di “ricerca collettiva” e lo spettacolo diventa strumento che permette di esplorare le potenzialità di uno straordinario mezzo di comunicazione quale il teatro.
Dal punto di vista tecnico le cose si svolgono in questo modo: si tiene un workshop, mirato ad accendere negli attori desideri, curiosità ed interrogativi riguardo una nuova tecnica teatrale o un nuovo modo di mettere in scena lo spettacolo. A questa fase segue uno stadio in cui ci si interroga su quello che si vorrebbe comunicare alle platee da quel luogo privilegiato che è il palcoscenico. Viene individuato un soggetto, dopodiché si cerca la formula migliore per portarlo in scena. Questo presuppone un lungo lavoro di lettura di testi, “collage” di testi e di scrittura. Si analizzano tecniche diverse, che permettono la realizzazione dell’evento teatrale finale così come poi verrà presentato al pubblico

 

IV: Voi spesso portate in scena spettacoli dai temi grotteschi, talvolta addirittura drammatici: un esempio è “La visita della vecchia signora” di Dürrennmatt che termina con un omicidio premeditato e pianificato da tempo. Cosa vi spinge a trattare soggetti così forti e di sicuro impatto sul pubblico? Seguite un filone prestabilito?

MP: La composizione del gruppo varia nel corso del tempo, al di là di uno “zoccolo duro” rappresentato da circa dodici attori. Questo porta ad un costante ricambio di persone, che propongono stimolanti novità. La scelta dei temi, quindi, rispecchia la composizione di anno in anno diversa della compagnia. Da parte nostra c’è molto rispetto, noi non suggeriamo temi o testi, al contrario è il lavoro stesso che li suggerirà.
Spesso abbiamo adottato la cifra stilistica del grottesco: piace agli attori, agli spettatori, “viene bene” e rispecchia le esigenze dei tempi. Il registro del grottesco riesce a captare l’attenzione e l’intelligenza del pubblico ed è un modo efficace, mediato da metafore, di raccontare il presente.

 

IV: Avete un tipo di teatro o artista che rappresenti una fonte d’ispirazione per il vostro lavoro?

MP: No, non c’è alcun riferimento particolare, per quanto concerne l’aspetto stilistico-estetico. Ogni spettacolo ha una storia a sé, ogni spettacolo è un pezzo di strada. La volontà del gruppo è sempre stata quella di esplorare nuove dimensioni senza vincoli di alcun genere.


IV: Marco, tu hai partecipato come attore e mimo ad alcune produzioni Rai, tra cui “I fratelli Grimm” e “A che punto è la notte”, programma che ha visto la regia di Nanni Loy e la partecipazione di Marcello Mastroianni. Quali differenze hai incontrato tra il recitare a teatro e in televisione? Dal momento che sei “nato” come attore teatrale, come hai vissuto l’esperienza televisiva?
MP: Credo di essere uno degli attori che ha avuto minore esperienza televisiva.
Non ho mai amato le produzioni televisive a differenza di molti miei colleghi che invece “venderebbero l’anima” per essere in tv.
Non è un fatto di snobismo, semplicemente non mi adeguo volentieri ai tempi di produzione televisivi, e non apprezzo la televisione in generale. Col passare del tempo dimostra tra l'altro programmi di qualità sempre inferiore.
In passato, soprattutto alla Rai, erano ingaggiati attori che arrivavano dal teatro, che vantavano una solida esperienza professionale. Oggi avviene un po’ il contrario, i palcoscenici sono calcati da attori provenienti dal mondo televisivo e purtroppo sia i tempi di produzione che la scarsa gestione hanno prodotto un abbassamento oggettivo della qualità. Alcuni attori televisivi hanno sì grandi competenze, ma il mezzo televisivo per le sue proprietà intrinseche non permette loro di dimostrarlo.
La televisione è un canale comunicativo decisamente diverso dal teatro, “richiede meno”, a mio avviso, ma dà anche meno soddisfazioni. È per questo motivo che io ho spesso rifiutato di fare televisione; le mie apparizioni televisive sono sporadiche.

 

IV: A questo proposito: in Italia la televisione sta vivendo forse uno dei periodi peggiori dal 1954, anno della sua nascita. È una fase in cui la televisione governativa invece di distinguersi ed essere “esemplare”, segue e copia i format proposti dalle televisioni private mandando in onda, anche in prima serata, programmi che spesso destano l’interesse di un target poco esigente. Questo permette di dare più spazio a chi lavora nel vostro campo?

MP: Credo di sì. Il teatro trarrebbe maggiori benefici da un servizio televisivo che fa il proprio dovere, educando e migliorando il livello
Sicuramente la gente ha un forte bisogno di ritrovare soddisfazioni per il proprio intelletto e per la propria anima, esigenze a cui il mezzo televisivo non riesce più a dare risposta.
Gli spettatori diventano inoltre via via più selettivi, chi fa una cosa non fa l’altra. Le platee aderenti al mezzo televisivo in modo maniacale verranno a teatro con molta difficoltà soprattutto perché verrebbero richiesta loro un’attenzione e una concentrazione diversa e un tempo differente di fruizione dei contenuti.

IV: Com’è la situazione in Germania, è simile? Vi è dell’interesse per il teatro o i mezzi di comunicazione di massa più immediati hanno il sopravvento?

MP: In Germania l’approccio alla cultura è più consapevole e la capacità di discernere le peculiarità di ciascun mezzo di rappresentazione più sviluppata. La qualità della televisione tedesca non è necessariamente migliore di quella della televisione italiana, per lo meno non in assoluto, ma c'è un atteggiamento meno dipendente da parte del pubblico. Questi sa gestire ciò che offre la televisione in modo meno scriteriato, sono presenti la volontà e il piacere di “nutrirsi” anche d’altro. Monaco, da questo punto di vista, è una città straordinaria perché ha un’offerta culturale accessibile veramente a tutti. Si ha la consapevolezza che la cultura sia un bene di cui si può e si deve fruire ed è più facile accedere alle agenzie che offrono prodotti culturali; l’offerta è inoltre più variegata.


IV: Quindi per chi si occupa di teatro la Germania offre migliori occasioni rispetto all’Italia?

MP: Sì, decisamente. In Germania viene prestata un’attenzione particolare al teatro e questo lo si può notare dal diverso atteggiamento da parte di gente ed istituzioni nei confronti delle figure professionali di questo settore. In Italia dichiarare di essere un attore o regista provoca nella gente una sorta di sorriso di compiacimento, si tende ad “accettarlo”, a “tollerarlo”. In Germania un attore teatrale o un regista sono visti come un elemento fonte di arricchimento culturale, gli attori teatrali si vanno a vedere, si vanno ad ascoltare, quella dell’attore o del regista teatrale è una professione ben più rispettata che in Italia.


IV: Quali sono le difficoltà che deve affrontare chi opera nel mondo dello spettacolo in Italia e in Germania? Che ostacoli incontra chi esercita questo tipo di professione?

MP: In Italia le difficoltà sono all’ordine del giorno. C’è un generale clima di diffidenza nei confronti del teatro: quando gli interlocutori sono le istituzioni si rischia addirittura di essere anche un po’ un fastidio. In Germania chi offre cultura viene invece visto come una risorsa e già questo riduce i problemi della metà.
La diffidenza che il teatro incontra in Italia si traduce in ostacoli dei più vari tipi, da quelli in cui ci si imbatte quando si propongono dei progetti alle difficoltà nel trovare i partner istituzionali interessati a promuoverli.
Io non sono “esterofilo” per natura, vorrei davvero che la situazione in Italia mutasse radicalmente da questo punto di vista.


IV: Cosa potrebbero fare le istituzioni per valorizzare l’aspetto culturale dello spettacolo teatrale? Marco, tu lavori ad esempio da molto tempo nel campo della didattica: ci sono, a tuo avviso, iniziative significative che spingano gli studenti ad avvicinarsi al teatro?

MP: Di possibilità ce ne sono molte, la prima cosa da fare sarebbe dedicare più attenzione alla selezione delle persone che operano in questo settore.
Circa dodici anni fa si diffuse una sorta di “moda del teatro” nelle scuole. Varie circolari ministeriali invitavano gli istituti scolastici ad introdurre il teatro come progetto educativo. L’attuazione di queste iniziative risultò però assai deludente.
I corsi venivano tenuti da chiunque avesse calcato un palcoscenico, pur non avendo competenze specifiche; la didattica teatrale è invece molto complessa, perché presuppone l’unione di molte capacità diverse; non è detto che un bravo attore, un regista o un pedagogo siano in grado di farlo. Deve essere inoltre chiara la responsabilità che si ha gestendo uno strumento potente come il teatro; se si alimentano meccanismi competitivi o diseducativi, si rischia di gestirlo male.


IV: Quindi non credi possa essere costruttivo introdurre la pratica teatrale nelle nostre scuole?

MP: No, non molto. Temo che il sistema scolastico italiano stia vivendo un momento di tale dissesto, che altri aspetti si rendano prioritari. Si potrebbe comunque iniziare a riformare il meccanismo di formazione dei ragazzi nella nostra scuola. La stessa qualità di lavoro che io mi augurerei di constatare da parte di coloro che svolgono la mia professione andrebbe richiesta anche agli insegnanti. Essi appartengono ad una delle categorie con maggiori responsabilità civili e sociali, responsabilità delle quali spesso non sembrano essere consapevoli. Nel settore scolastico c’è talmente tanto da riformare che in questo periodo, francamente, non mi preoccuperei di una legge volta a rendere obbligatorio il teatro nelle scuole.


IV: Mentre in Germania?

MP: In Germania la situazione è assai diversa: è più facile incontrare persone che abbiano a che fare con questo mestiere; ad esempio non è raro incontrare pedagoghi teatrali, attivi nelle equipe di teatro e operanti nel campo sociale e culturale, anche in comuni di piccoli centri. Il pedagogo teatrale è una figura professionale riconosciuta anche dal punto di vista fiscale. In Italia questo non esiste, se da noi sei un pedagogo teatrale fiscalmente appari sotto la voce “altro”, ciò significa che manca anche la categoria mentale e credo questo sia davvero significativo.

 

IV: Il 27, 28 e 29 aprile avete portato in scena “All’ombra del sambuco”, spettacolo scritto da Marina Joffreau e rielaborato dal vostro gruppo. Ti va di raccontarci com’è stata ideata questa commedia?

MP: Un anno e mezzo fa la compagnia ha espresso l’esigenza di lavorare sull’improvvisazione teatrale come strumento creativo per costruire uno spettacolo.
Non si è trattato dunque di un’attività di improvvisazione teatrale fine a se stessa, l’improvvisazione teatrale costituiva la tecnica per giungere al risultato finale. Abbiamo accolto con grande entusiasmo l’iniziativa perché, a mio avviso, questo è uno dei percorsi più espressivi che il gruppo potesse scegliere. Si è così iniziato a lavorare pazientemente sul concetto di improvvisazione teatrale.
Da questo è nata l’esigenza di ideare uno spettacolo che proponesse come tema centrale l’intolleranza, o la facilità con cui troppo spesso i meccanismi di micro e macrointolleranza vengano messi in atto anche in ambienti apparentemente sereni.


IV: Com’è stato strutturato il lavoro?

MP: Il passaggio successivo è stato quello di trovare uno spunto narrativo che potesse rendere con chiarezza il tema scelto. Si è arrivati così a identificare una serie di personaggi che, vivendo chiusi all’interno di un microcosmo condominiale, sono soggetti a fatti, vicende, relazioni e rapporti che spesso innescano piccoli e grandi automatismi d’intolleranza che portano inevitabilmente a tragiche conseguenze.
Una volta ideato il soggetto dello spettacolo abbiamo avuto la fortuna di poter affidare il frutto di un anno intero d’improvvisazione alle mani della scrittrice Marina Jaffreau, mia ex-compagna di scuola elementare ritrovata casualmente trent’anni dopo a Monaco. Quest’ultima ci ha consegnato un copione diviso in due atti che fotografava tutte le situazioni a cui avevamo dato vita durante le improvvisazioni ed era arricchito da nuovi elementi narrativi. Dopo il grosso input arrivato dall’autrice, abbiamo rielaborato il tutto sempre passandolo al vaglio del meccanismo d’improvvisazione da cui si era partiti originariamente, sino a desumerne il copione finale giunto in scena.
Molto interessante è stato questo “ping-pong” tra due diverse professionalità che si sono sapute sapientemente incontrare ed hanno avuto la libertà artistica di mettere nelle mani, l’una dell’altra, il proprio operato, affinché venisse ulteriormente arricchito e perfezionato.

2009-2 pg 32

 

 

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