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Il Greco antico e il lessico scientifico italiano
(II parte)

Logos e Mythos

Laura Benatti

Como, 1 ottobre 2017.
Il Greco ”Ypér”, italiano ”iper” è un altro prefisso dei termini medici che indica “eccesso, esagerazione, giusta misura oltrepassata” e, per questo, allarme, necessità di intervento terapeutico, in quanto il benessere fisico della persona si trova a rischio.
Esempi:
“Iperglicemia”, greco “Yperglykàima”: indica un eccessivo contenuto di glucosio nel sangue rispetto ai normali valori. Tale anomalia deve essere ricondotta ai parametri normali in quanto può condurre al diabete. Inglese “hyperglycemia”.
“Ipertensione”, greco “yperteíno”,indica un aumento eccessivo della pressione arteriosa o polmonare. Inglese “hypertension”.
“Ipercromia”: rappresenta un’eccessiva pigmentazione della cute che può assumere colorazione bruna. In inglese “ipercromia”.

Nella lingua greca, ma anche nel lessico latino, i sostantivi e gli aggettivi indicanti il colore, greco ”chrόma”, sono numerosissimi e dotati di diversi significati. Qualche esempio: nell’immaginario collettivo greco il nero indica tutto ciò che è legato alla terra, che è fisico, mortale, caduco, transeunte… nettamente opposto al celeste che rappresenta, insieme all’oro, il colore divino, immortale, imperituro.

I biografi di Alessandro Magno (356 a.C./323 a. C) raccontano che il grande re macedone avesse gli occhi di due colori diversi, uno azzurro o celeste, per il legame che aveva con il mondo divino (secondo la leggenda sarebbe stato figlio di Zeus e di Olimpia), l’altro nero in quanto il padre fisico sarebbe stato Filippo II. Un personaggio quindi sospeso tra il cielo, il mondo divino, l’immortalità, e la terra.

Il nostro poeta G. Pascoli dedicò una poesia famosa intitolata appunto “Alexandros” al grande eroe, ricordando nei versi finali il colore diverso del suo sguardo (eterocromia):

Nella poetessa lirica greca Saffo (VII a.C. /VI a.C.) ritorna l’opposizione tra il colore oro e il nero, come segno di contrasto tra il cielo e la terra.

“Afrodite immortale dal trono variopinto,
figlia di Zeus, insidiosa, ti supplico,
non distruggermi il cuore di disgusti,
Signora, e d’ansie,
ma vieni qui, come venisti ancora,
udendo la mia voce da lontano,
e uscivi dalla casa tutta d’oro
del Padre tuo:
prendevi il cocchio e leggiadri uccelli veloci
ti portavano sulla terra nera
fitte agitando le ali giù dal cielo
in mezzo all’aria,
ed erano già qui (…)

Nel poeta greco Omero, presunto autore dell’Iliade e dell’Odissea, la dea Atena è accompagnata spesso dall’epiteto “glaucόpis”, “dall’occhio azzurro”, come quello del suo animale sacro, cioè la civetta; le navi sono “melaínai” “nere” in quanto mezzo di guerra e di conquista; Aurora è definita “rhododáktylos”, “dalle dita di rosa”, per indicare il timido e graduale sorgere del mattino; mentre la fanciulla Nausicaa, figlia di Alcinoo, re dei Feaci, è accompagnata dall’epiteto “dalle bianche braccia”, in greco “leukόlenos” a significare la purezza e la freschezza dell’età giovanile. Inoltre per le donne greche e anche per quelle romane il candore della pelle era segno di nobiltà, oltre che di somma bellezza in quanto manifestava un tenore di vita agiato, che non richiedeva la vita all’aperto per l’adempimento delle faccende quotidiane, le quali erano invece relegate alle ancelle, alle schiave, alle serve.

Ancora il verde, il colore dell’erba, simboleggia un pallore del volto esasperato, dovuto principalmente ad un forte turbamento, paura, emozione.

Il prefisso “ipo”, in greco ”ypό” , indica sempre una situazione fisica o psicologica inferiore alla norma.
Esempi:
“Ipoacousia”: l'ipoacusia è l'indebolimento della funzione uditiva dovuto a un danno o alla degenerazione di uno o più dei suoi componenti. Patologia che può interessare un solo orecchio o entrambi, comporta una riduzione uditiva lieve, media o grave.
“Iposomia”: in inglese “iposomia” indica un accrescimento corporeo molto inferiore al normale. Nella seconda parte della parola troviamo il termine greco “sòma” che significa “corpo”: la filosofia socratica e platonica hanno discusso molto sulla positività o negatività di questo involucro che ci ricopre e che ci accompagna fino alla morte.
Per il filosofo greco Socrate (470 a.C. /399 a. C.) il corpo era una prigione “séma” in cui l’anima è rinchiusa e soffre.
Platone (428/427 a.C. –348/347 a.C.), invece, affermava “Dicono alcuni che il corpo è “séma” (segno, tomba) dell’anima, quasi che ella vi sia sepolta durante la vita presente; e ancora, per il fatto che con esso l’anima semaínei (significa) ciò che semaíne (intende esprimere), anche per questo è stato detto giustamente séma. Però mi sembra assai più probabile che questo nome lo abbiano posto i seguaci di Orfeo; come a dire che l’anima paghi la pena delle colpe che deve pagare, e perciò abbia intorno a sé, affinché sózetai (si conservi, si salvi, sia custodita), questa cintura corporea a immagine di una prigione; e così il corpo, come il nome stesso significa, è séma (custodia) dell’anima finché essa non abbia pagato compiutamente ciò che deve pagare. Né c’è bisogno mutar niente, neppure una lettera.”

 “Ipotimia”, greco”ypό” e “thymόs”, in inglese “ipotimia”, indica una diminuzione anomala del tono dell’umore che presenta come caratteri un appiattimento delle espressioni affettive e una riduzione dell’intensità emotiva. Il termine si distingue nettamente da “lipotimia” che indica invece un intenso malessere, obnubilamento della coscienza, sudorazione con senso di freddo, ipotensione, polso filiforme. Nella prima parte della parola si trova il verbo greco “leípo”, ”lascio, abbandono”, quindi il corpo viene abbandonato dalla forza, dall’ardore. Ipotimia considera conseguenze di carattere psicologico, mentre lipotimia si trova su un piano di reazione fisica.

Nelle due opere attribuite al celebre aedo cieco, Omero, soprattutto nell’Iliade, poema della guerra e dell’aristocrazia, si parla continuamente in modo diretto e indiretto di “thymόs”, ”coraggio”, di “timé” “onore”, del suo contrario “áthymos”, “viltà” e “atimía” “disonore”. Il senso dell’onore è il motore che muove tutte le azioni, i comportamenti, i sentimenti, dei protagonisti: se pensiamo al primo libro dell’Iliade che esordisce con i seguenti versi tradotti da Vincenzo Monti

“«Cantami, o Diva, del pelide Achille
l'ira funesta che infiniti addusse lutti
agli Achei, molte anzi tempo all'Orco
generose travolse alme d'eroi,
e di cani e d'augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l'alto consiglio s'adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de' prodi Atride e il divo Achille »

Come si spiega questa subitanea ira, questo sfogo improvviso e violento del grande eroe Achille?

Achille ha perso il senso dell’onore, il suo “thymόs”, la consapevolezza del suo ruolo, nel momento in cui ha dovuto cedere alla prepotenza di Agamennone (che pur faceva parte del medesimo schieramento greco) la schiava Briseide, bottino di guerra.

“Di furore infiammâr l'alma d'Achille
queste parole. Due pensier gli fêro
terribile tenzon nell'irto petto,
se dal fianco tirando il ferro acuto
la via s'aprisse tra la calca, e in seno
l'immergesse all'Atride; o se domasse
l'ira, e chetasse il tempestoso core.
Fra lo sdegno ondeggiando e la ragione
l'agitato pensier, corse la mano
sovra la spada, e dalla gran vagina
traendo la venìa; quando veloce
dal ciel Minerva accorse, a lui spedita
dalla diva Giunon, che d'ambo i duci
egual cura ed amor nudrìa nel petto.
Gli venne a tergo, e per la bionda chioma
prese il fiero Pelìde, a tutti occulta,
a lui sol manifesta. Stupefatto
si scosse Achille, si rivolse, e tosto
riconobbe la Diva a cui dagli occhi
uscìan due fiamme di terribil luce,
e la chiamò per nome, e in ratti accenti,
Figlia, disse, di Giove, a che ne vieni?
Forse d'Atride a veder l'onte? Aperto
io tel protesto, e avran miei detti effetto:
ei col suo superbir cerca la morte,
e la morte si avrà”.

Ma anche Ettore, figlio di Priamo, re di Troia, quando deve scegliere se entrare in conflitto con il divino Achille e andare quindi incontro a morte certa, oppure restare all’interno del Palazzo con la moglie Andromaca e il piccolo figlio Astianatte, decide di mettere in primo piano il suo coraggio, “thymόs”, appunto, lasciando la consorte addolorata per il destino che attenderà lei e il piccolo.

Un caso che tutti questi eroi greci arcaici siano valorosi, consapevoli dell’onore che li contraddistingue, fieri del ruolo che ricoprono e anche… bellissimi?
Assolutamente no!
Gli antichi Greci erano assolutamente convinti che la bellezza esteriore rispecchiasse un mondo interiore di alti valori morali e sintetizzavano questo con l’espressione ”kalόs kaì agathόs” cioè “bello e buono”, chi presentava quindi un brutto aspetto doveva essere necessariamente negativo anche sotto il profilo morale.
L’unico esempio che troviamo nell’Iliade di “kalόs kaì agathόs” al contrario è quello di Tersite, un antieroe.

“Aveva le gambe storte, zoppo da un piede, le spalle ricurve, cadenti sul petto; sopra le spalle, aveva la testa a pera, e ci crescevano radi i capelli. Odiosissimo, più d'ogni altro, era ad Achille ed Odissee: perché spesso li svillaneggiava. (…)

Per gli antichi Greci, lo abbiamo compreso chiaramente, soprattutto quelli di età arcaica, quelli per cui il valore principale era l’eccellenza, la superiorità, la vittoria, il comando, la supremazia, il prefisso ”Ypér” è un imperativo morale, mentre chi è debole, inferiore, umile, remissivo chi è, in pratica, ”ypό”, deve scomparire perché, come diceva il poeta latino Orazio (65 a.C/ 8 a.C.)) “pulvis et umbra sumus” “siamo polvere e ombra”.

 

 

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