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Il tendine calcaneare o tallone di Achille

Laura Benatti

Como, 30 maggio 2017.
Un "mito" vero e proprio del nostro corpo, esattamente come colui che gli ha regalato il suo nome eterno: Achille. Il tendine calcaneare infatti si chiama anche "tendine di Achille". È il tendine più robusto e vigoroso del nostro corpo, ha una lunghezza di circa cm.15 (iniziando da metà gamba) e può accogliere uno stress di carico circa 3,9 superiore al peso del corpo in lento movimento, 7,7 in corsa. Nell'opera del 1693 "Humani corporis anatomia", l'anatomista olandese-fiammingo Philip Verheyen studiò con grandissima cura questa parte del corpo e disse che era comunemente chiamata "Chorda Achillis".

Ma perché Achille, il Pelide, il grande eroe di Troia, a sua volta mito di un altro mito, Alessandro Magno, viene collegato al tallone nella terminologia medica? Tutto risale alla madre dell'eroe: la nereide Teti. Achille era infatti un semidio, figlio del mortale Peleo (per questo è ricordato con il patronimico Pelide) e della ninfa Teti. Ancora una volta un'analogia con Alessandro: semidio come Achille in quanto, secondo il mito, figlio di Zeus e della mortale Olimpia. Achille è veramente adorato dalla nereide Teti (le Nereidi erano figlie del dio Nereo, creatura di Ponto, il mare pacifico, e di Gea, la Terra; egli era dotato dell'arte della preveggenza e della metamorfosi) che cerca di proteggerlo da tutti i pericoli e le minacce possibili. Anche quando sarà adulto, Teti lo consiglierà e lo consolerà nei momenti più bui e difficili della sua breve vita.

"Accanto al figlio,
Che lagrime spargea, dolce s’assise,
E colla mano accarezzollo, e disse:
Figlio, a che piangi? e qual t’opprime affanno?
Di’, non celarlo in cor, meco il dividi…Ahi figlio mio! se con sì reo destino
Ti partorii, perchè allevarti, ahi lassa!
Oh potessi ozïoso a questa riva
Senza pianto restarti e senza offese,
Ingannando la Parca che t’incalza,
Ed omai t’ha raggiunto! Ora i tuoi giorni
Brevi sono ad un tempo ed infelici
Chè iniqua stella il dì ch’io ti produssi,
I talami paterni illuminava.
E nondimen d’Olimpo alle nevose
Vette n’andrò, ragionerò con Giove
Del fulmine signore, e al tuo desire
Piegarlo tenterò. Tu statti intanto
Alle navi; e nell’ozio del tuo brando
Senta l’Achivo de’ tuoi sdegni il peso.
Perocchè ieri in grembo all’Oceáno
Fra gl’innocenti Etïopi discese
Giove a convito, e il seguîr tutti i numi.
Dopo la luce dodicesma al cielo
Tornerà. Recherommi allor di Giove
Agli eterni palagi; al suo ginocchio
Mi gitterò, supplicherò, nè vana
D’espugnarne il voler speranza io porto”
Partì, ciò detto" (Iliade, I libro)

Alla nascita di Achille, la madre desiderando la sua immortalità, lo immerse per tre volte nel fiume Stige afferrandolo per un tallone che, quindi, rimase la sola parte vulnerabile del suo corpo perché non era stata immersa. Dovette fare così perché altrimenti, se avesse toccato essa stessa l’acqua del fiume, sarebbe subito morta.

Per questo, quando ci riferiamo ad una fragilità fisica o psicologica, parliamo di "tallone di Achille". Un giorno un oracolo profetizzò a Teti che Achille sarebbe rimasto ucciso durante una guerra, che si sarebbe combattuta contro la città di Troia; la madre allora fece nascondere il figlio presso la corte di Licomede, re di Sciro. Ma quando i Greci si riunirono per andare in guerra contro Troia, l'indovino Calcante li indusse a cercare Achille, perché sosteneva che senza di lui Troia non sarebbe mai stata sconfitta e, quindi, rivelò dove si era nascosto l’eroe.

Teti supplicò il Destino perché mutasse la tragica fine di Achille e le fu proposto di scegliere per suo figlio o una vita lunga ma senza onore oppure una morte gloriosa; fu Achille che preferì quest'ultima. Anche Alessandro, sempre consigliato da una madre che desiderava solo proteggerlo, morì a soli 33 anni e come il suo eroe, di cui teneva sotto il cuscino il ricordo delle gesta, antepose la gloria alla propria incolumità.

Siamo tutti deboli e fragili, anche i più grandi miti, quelli eterni, lo sono stati e per questo quando ci riferiamo alla nostra debolezza fisica o psicologica, parlando di "tallone di Achille", non dobbiamo vergognarci. In senso generale il termine fragilità (dal latino “frangere”), manifesta ciò che può rompersi, spezzarsi, ma può indicare anche delicatezza. La fragilità caratterizza tutte le fasi della vita indistintamente: l‘infanzia, l’adolescenza e la giovinezza con i loro momenti esaltanti, ma anche con le loro incertezze e paure; l‘età adulta che vive tale esperienza nelle reali difficoltà della vita legate alla famiglia, al lavoro; la vecchiaia che rende nuovamente deboli e bisognosi di tutto e di tutti come bambini.

Siamo esposti agli imprevisti, a cose che accadono e stravolgono la nostra esistenza e ci cambiano, nostro malgrado. Anche sul piano morale siamo esposti a sbagliare, nella fede conosciamo il dubbio, anche se il dubbio non indica sempre fragilità. La fragilità ha molti volti.

 “L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo.
Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di chi lo uccide, dal momento che egli sa di morire e il vantaggio che l’universo ha su di lui; l’universo non sa nulla. Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero. È in virtù di esso che dobbiamo elevarci, e non nello spazio e nella durata che non sapremmo riempire. Lavoriamo dunque a ben pensare: ecco il principio della morale”. (Blaise Pascal)

 

https://youtu.be/q17tVPsQ6GU

 

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