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Intervista a Daniela Dente, in arte DADE, restauratrice e artista poliedrica la cui vita multicolore vi stenderà a colpi d’arte

Künstlerin, Restauratorin und überzeugte B efürworterin ehrenamtlicher Arbeit: Daniela Dente, Künstlername Dade, zeigt in Leben und Werk eine pragmatische Bereitschaft das „Unveränderliche“ anzunehmen. Dennoch hat sie den energischen Willen „etwas zu tun und zu verbessern“, für sich und für Andere, wann immer es möglich ist.

Ester Sposato-Friedrich

Daniela Dente, in arte DADE, è una di quelle donne vulcaniche che si butta in tutto ciò in cui crede: dall’ecologia al sostegno d’importanti cause sociali, dall’intensa attività di volontariato alle arti marziali, fino alla posizione di Director mailing presso l’E.S.O. (European School of Oncology), passando per lo studio del linguaggio dei sordo-muti, sempre trasportata dalla sua incontenibile passione per l’arte in ogni sua forma. DADE oltre ad avere una consolidata carriera come artista infatti ha lavorato anche come restauratrice ed esperta di diverse tecniche. Fa un po’ invidia sapere che riesce a coniugare queste attività e i caleidoscopici interessi con il ruolo di mamma di due ragazzi!

INTERVenti (IV): DADE, lei ha dovuto inventare continue soluzioni per avere la possibilità di studiare Arte ed acquistareil materiale (particolarmente costoso); tra le svariate attività e lavori part-time, colpisce che abbia prodotto e venduto ritratti e che abbia realizzato maglioni di lana negli anni del liceo. La sua poliedricità artistica pare riflettere la sua natura ingegnosa e curiosa. Quanto è importante nella sua produzione, e nella sua vita, la sperimentazione?

Daniela Dente (DD): Molto! Si dice che gli artisti abbiano dentro un bambino che non cresce mai, con questa frase credo si voglia alludere alla naturale curiosità infantile, che in un adulto si tramuta in sperimentazione cioè voglia di giocare con nuovi giocattoli, di smontarli e ricostruirne di nuovi.

La sperimentazione è la ricerca del miglior modo con cui trasmettere il mio linguaggio espressivo, per comunicare le mie emozioni, siano esse di gioia, di sofferenza, o riflessione; e penso che in qualunque linguaggio della vita si applichi essa serva a trasmettere ciò che si ha dentro. Nel quotidiano è la capacità di inventarsi una soluzione: come provare una torta inedita, con gli ingredienti che si hanno a casa.

IV: Nella sua esperienza di restauratrice quale incarico ricorda con maggiore emozione?
DD: Quasi tutti gli incarichi si sono trasformati in ricordi speciali perché ogni volta che mi trovo di fronte ad un’opera è sempre un vortice d’emozioni che mi travolge, e di preoccupazioni... Ricordo a proposito un’esperienza significativa. Avevo realizzato per un cliente il dipinto di una Madonna, per il portico della sua casa (un ex Convento di Suore) e durante la benedizione dell’opera, cui ero invitata, il parroco raccontò di una tela molto rovinata. Non riusciva trovare un restauratore, e così qualche mese dopo cominciai ad occuparmi del mio nuovo “paziente”: l’opera era di buona fattura, una tela eseguita nell’ottocento da una donna (la mia prima opera autografa di una donna). Il colore era ormai polverizzato in molti punti e su tutta la superficie si staccava dalla tela con inaudita facilità; durante la fase di conservazione del dipinto, i vari tentativi per fissare il colore alla tela non avevano dato buon esito così, dopo aver riletto libri e ricette, disperata, mi consulto con la mia stimata insegnante. “Cara Daniela”, mi confessa, “Ho avuto anch’io un problema simile anni fa e purtroppo ti devo avvertire che salvare la tela sarà davvero difficile, abituati all’idea che forse non ci sarà rimedio”. Ho pianto, pensavo al fallimento cui mi sentivo irrimediabilmente destinata, invece, arrivata a casa, ho preparato la mia ricetta e con un lavoro da certosino ho rincollato il colore alla tela. Dopo settimane di fatica potevo finalmente cominciare il restauro pittorico, avevo salvato il dipinto ed ora dovevo solo ren-possono comprendere, ma quando ricordo quei momenti penso che non ci siano montagne invalicabili: basta non avere fretta e mettere un piede avanti all’altro.


IV: DADE, lei è sempre stata, fin dalla tenera età, sicura di voler “fare arte”. Com’è stato il cammino verso il successo e che cosa pensa del mondo e del mercato dell’arte?
DD: Sto semplicemente camminando nel percorso che la vita mi riserva, per quanto più volte abbia pensato di cambiare strada. Ci ho anche provato, ma quando tentavo di cambiare rotta a causa di dispiaceri o delusioni, improvvisamente c’era qualcuno che mi riportava sulla strada maestra o mi si aprivano porte che lì mi riconducevano. Sul mondo dell’arte ho solo pensieri positivi, sul mercato non posso dire altrettanto. Purtroppo credo si tratti di una “baraonda”, lontana da quelle storie fantastiche che si leggono di caffè dove artisti di varie scuole e letterati s’incontravano per parlare di cultura (penso al “Cavaliere Azzurro”).

IV: Abbiamo parlato del suo coinvolgimento e della partecipazioneattiva e continua a diverse associazioni culturali e di volontariato: sembra che davanti ad ogni problema, personale o sociale, lei si rimbocchi le maniche. In che rapporto è la sua arte con il suo interesse per le tematiche sociali? Crede che le opere possano sensibilizzare e giocare un ruolo nella coscienza collettiva?
DD: Credo che l’artista debba raccontare il suo tempo, ed esprimere con i suoi mezzi ciò che lo circonda e che vede, non solo con gli occhi, la sensibilità che un’artista avverte è il mezzo che può aiutare lo spettatore a vedere ciò che la quotidianità uniforma, sopratutto in un’epoca in cui i media la fanno da padrone e appiattiscono anche l’orrore di una guerra. La mia arte è in stretto dialogo con le tematiche sociali; penso che la Terra sia solo in prestito e solo se ne abbiamo cura potremo lasciare qualcosa di buono ai nostri figli. Vorrei un giorno poter giocare con i miei nipoti come ho giocato con i miei figli… vorrei che potessero vedere e godere della natura. Ogni tanto mi arrivano da restaurare quadri di artisti, per lo più sconosciuti, si tratta di tele di buona fattura che si catalogano sotto il termine “opera di Genere” e che rappresentano la quotidianità del loro tempo. Se oggi sappiamo com’era la bottega di un campanaro lo dobbiamo anche a questi artisti di genere, così come per un paesaggio con mucche al pascolo: molti bambini oggi non hanno mai visto una mucca, se non lilla come sulle tavolette di cioccolata, e se anche le vedessero in batteria straziate da una produzione esasperata di latte, non assomiglierebbero a nessuna rappresentata in quei quadri di genere… il quadro è per me una fonte storica prima che un bene commerciale.

IV: Come si “risvegliano”, secondo lei, l’interesse e la responsabilità sociale attraverso l’arte?
DD: Purtroppo non ho una risposta, mi piacerebbe averla. La mia produzione artistica spera in un’emozione nell’animo di chi guarda. Devo dire che per ora le mie opere fanno chiacchierare e difficilmente quando qualcuno le vede, se le dimentica. Questo credo sia un buon modo per smuovere dei contenitori aprendo le porte a nuovi contenuti.

IV: La sua attività di volontariato è veramente ammirevole, ci racconta come e perché ha cominciato?
DD: È una storia molto personale, credo faccia parte della mia anima, per quanto riguarda l’A.B.I.O. (www.abio. org), tutto è nato a causa dei gravi problemi che nella primissima infazia il mio secondogenito ha avuto. Pur-troppo non avendo avuto aiuti familiari, mi sono sobbarcata sofferenza e fatica, condivisa amabilmente con mio marito. Un giorno mentre mi trovavo per l’ennesima volta in ospedale con il piccolo in braccio e il fratello di tre anni a seguito, una donna con il camice azzurro, vedendomi stanca e provata, mi ha detto che potevo lasciare a lei i bambini, così da poter sbrigare le faccende burocratiche ospedaliere al piano inferiore. Così, quel giorno sono venuta a contatto con un angelo azzurro dell’A.B.I.O. che mi ha concesso un po’ di respiro e dato fiducia: quel gesto è stato per me così importante, che mi sono ripromessa che, quando i tempi e i bambini me l’avessero concesso, avrei provato anch’io a regalare un po’ di quello che mi era stato dato. Quando il mio Giorgio è andato all’asilo ho seguito un corso preparatorio ed ho riempito le mie mattinate libere andando a giocare con i bambini della Pediatria. Attualmente partecipo anche all’associazione Donne in Nero (ndr: http://donneinnero.blogspot. com), perché dopo la separazione da mio marito ho avvertito dolori e problematiche che, finché non ci toccano in prima persona, non si ha possibilità di comprendere: ciò mi ha reso più vicina alle sofferenze altrui ed alla difesa dei diritti umani.

IV: Molte delle sue creazioni nascono dal rapporto con la parola scritta, testi e poesie da cui trae ispirazione. Vuole descrivere con quali criteri sceglie i testi e come si sviluppa questa traduzione delle sensazioni o dei concetti evocati nelle opere artistiche?
DD: I miei lavori nascono di solito da una sofferenza interiore, da problemi sociali che mi sensibilizzano o dal titolo di una mostra che m’ispira riflessioni. Comincio così un lento fermento interiore in cui mi documento mentre la mente macina. A volte ci vogliono mesi perché mi decida a realizzare un’opera che vivo spesso come la conclusione di un tormento. I testi possono aiutarmi nel decifrare ed esternare con più facilità l’emozione che voglio esprimere, ma resta sempre complesso decidere come esprimerla. Il processo non è molto diverso quando dipingo in modo più figurativo: i colori, le pennellate, l’espressione, la luce, tutto ciò che uso per comporre un’immagine, ha comunque a che fare con il mio stato d’animo. Quando vedo le mie opere finite, è come se guardassi la mia anima allo specchio.

IV: Sempre a questo proposito, osservando la sua opera “Inferno-Paradiso” in relazione al bel testo che l’accompagna, si nota che il nido domestico è presentato letteralmente come una gabbia. Anche in quest’ambito il destino della coppia è, secondo lei, “nelle nostre mani”?
DD: Penso che tutta la vita sia nelle nostre mani, anche la vita di coppia. Le gabbie ce le creiamo da soli: gabbie sociali, culturali, religiose, mentali, a volte sono protezioni dalle quali si può uscire o entrare, dipende solo da noi.

IV: Lei stessa parla di “satira” con riferimento al suo modus comunicativo, ed effettivamente pare esserci una nervatura sarcastica in molti dei suoi lavori. È sintomatico di uno sguardo disincantato o di un’ironia comunque accompagnata dall’ottimismo?
DD: Direi più un’ironia accompagnata dall’ottimismo, anche se con le mie opere, non intendo assolutamente puntare il dito su nessuno: esprimo solo il mio punto di vista.

IV: La sua produzione artistica è energica, propositiva, decisa, non pare lasciare spazio al dubbio, alla paura, alla malinconia. È così? È questo anche il suo modo di essere?
DD: In fase di lavorazione, come ho detto in precedenza, un turbinio di emozioni mi attraversa. Proprio quelle emozioni, che lei cita, mi spingono a reagire: non lascio spazio a paura e malinconia e vado dritta alla causa. È la causa che crea, ed è la causa che va, nel processo, rimossa. Nel caso dell’opera “Maria Maddalena”, è sulla condizione femminile che metto il dito, sugli stereotipi di donna che i media ci propongono, sulle strade piene di prostitute rapite dai loro paesi e costrette al giogo: una schiavitù. Una volta c’erano i mercati dove comprare gli schiavi ora basta andare lungo la statale. In Italia quest’anno è nato un blog, “Donne Pensanti”, che si occupa del problema dell’immagine della donna protestando contro le pubblicità che trovano oltraggiose, per il comportamento del nostro primo ministro, per i programmi televisivi, insomma tentano in qualche modo di dare un contributo per rimuovere certe gabbie mentali che imprigionano e imbruttiscono il genere umano.

IV: “Sora Morte” è un lavoro, ci racconta, che prende forma nell’ambito della sua partecipazione ad una mostra dedicata al Cantico delleCreature di S. Francesco. Lei ha attualizzato questa figura confrontandola con la realtà odierna.
DD: Ho pensato a cosa scriverebbe se vivesse ai nostri giorni, e l’ho immaginato al fianco di ecologisti lottare per la caccia alle balene, in difesa delle foche, contro la vivisezione, disperarsi per il petrolio che soffoca Sorella Acqua, e tanto altro, così è nata la mai opera, mi sono guardata intorno e mi sono domandata dov’è il sole di Fra’ Francesco? E la sua Madre Terra? Eccetera. E quanti di noi possono non temere "Sora Morte"?!...

IV: In alcune delle sue opere pittoriche si riconoscono movimenti ampi, veloci ma comunque calibrati e precisi; il suo tratto, anche quando registra un movimento forte, pare controllato. C’è un d ialogo tra la sua pratica artistica e lo studio delle arti marziali?
DD: Sì, io pratico l’aikido: la parola significa “la via dell’armonia” ed proprio l’armonia è quello che cerco di creare quando fondo tutti gli elementi in un’opera. Si tratta di uno stile filosofico di vita che prevede, attraverso un percorso interiore di controllo di se stessi, il controllo dell’avversario, al fine di neutralizzarlo, ma senza ferirlo (evitare lo scontro è meglio). Pratico anche lo iaido, ancora più controllato poiché l’avversario è solo da immaginare, che si svolge attraverso movimenti e tagli di spada precisi (i miei non troppo). I tratti però nelle mie opere credo dipendano della formazione di restauratrice: la precisione del segno ed in generale tutta la preparazione tecnica influenzano enormemente l’artista. Il rapporto è stretto e spesso unisco tecniche e materiali che adopero per il restauro per realizzare le mie opere.

IV: Come definirebbe la sua arte? Ci sono correnti o artisti a cui si sente particolarmente vicina come linguaggio espressivo?
DD: Ridendo spesso con gli amici l’ho chiamata PattumArt, rifacendomi ai materiali riciclati che uso per comporle, ma anche al fatto che spesso i contenutiche le mie opere portano con sé sono argomenti che non si vogliono affrontare nella propria coscienza: sono buttati in un angolo della mente, per superficialità o paura. I critici spesso mi hanno associata a Robert Rauschenberg e alla Pop Art ma io penso che la vita sia una serie di immagini che si susseguono ed io esprimo solo le mie.

IV: L’opera d’arte deve ancora avere una valenza estetica?
DD: Durante una collettiva sono stata coinvolta in un dibattito sull’arte, ci intrattenevamo io, l’oratore, un altro artista ed il critico e quest’ultimo ha domandato se secondo noi esistessero quadri brutti. Secondo l’altro artista tutti i quadri sono belli ed ognuno si esprime come meglio crede; io invece ho risposto: “Assolutamente sì, esistono quadri brutti (sgomento e stupore del critico) se invece di parlare di arte parlassimo di un testo letterario, quanta gente si impegna nello studiare la grammatica, la sintassi, i periodi, la punteggiatura, eccetera, quanti letterati poi, sono capaci realmente di prendere un foglio bianco e riempirlo di parole, e poi un altro ed un altro ancora fino a creare un racconto, una poesia... Mi risulta che ognuno di questi generi abbia poi una sua precisa regola, altrimenti non ci sarebbe distinzione l’uno dall’altro. Se adesso prendo un foglio e scrivo a casaccio delle parole, metto della punteggiatura qua e là eccetera e alla fine insisto che il mio è un romanzo, giustificandomi dicendo di essermi rifatta al mio linguaggio prescolare e quindi di esprimere la mia spontaneità, voglio proprio vedere chi mi dice che si tratta di un capolavoro.

IV: Le sue opere sono varie nei materiali e nelle tecniche e la loro presenza nello spazio è rafforzata da una decisa componente cromatica. Come definirebbe il ruolo che hanno i colori nella sua produzione artistica?
DD: Fanno parte del mio linguaggio espressivo e aiutano a caricare di emozioni l’opera. Ho studiato la cromatologia, è un argomento che mi interessa molto: i colori influenzano davvero il nostro stato d’animo e il mio sicuramente.

IV: Dove è possibile vedere le sue opere?
DD: On line mi trovate qui:
www.milanocosa.it,
www.museodelfango.it,
www.arte-quattro.it e
www.artedamangiare.it

(2010-3 pag 42)

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