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Lettres italiennes

Damnatio memoriae

Von jeher ist die Stadt Rom „historischen Korrekturen“ unterworfen worden und ihre Denkmäler und Bauwerke, aus diesem Grund oft verunstaltet oder verstümmelt, bezeugen es. Der Autor des Artikels erzählt, wie im 19. Jahrhundert Papst Pius, IX sogar den Tagesrhythmus veränderte, um die Erinnerung an Napoleon („damnatio memoriae“) auszuradieren. Heutzutage ist es der neue Bürgermeister, der das „damnatio memoriae“ für architektonische Werke oder kulturelle Veranstaltungen beschließt, die nicht auf seiner Linie sind.

Corrado Conforti

A Roma, a pochi metri dal colonnato di San Pietro, si trova uno dei più straordinari complessi architettonici e artisti della città, ricco, oltre che di bellezze, di memorie secolari. Pochi lo visitano e invece il complesso del Santo Spirito meriterebbe assai di più di quel frettoloso sguardo che gli dedica qualche turista. Se vi trovaste perciò un giorno a passare da quelle parti, vi consiglio di entrare almeno nel cortile dell’edificio situato fra la chiesa e l’ospedale, il cosiddetto Palazzo del Commendatore. Oltre ai loggiati affrescati vi attende una sorpresa: l’orologio barocco che, dall’attico a cui è aggrappato, domina l’intera corte. Si tratta di un orologio molto particolare, non tanto per il cappello cardinalizio che lo adorna o per la lancetta a forma di salamandra, bensì per il curioso quadrante sul quale spiccano, al posto delle consuete dodici, sei sole cifre. L’orologio segna infatti o, per meglio dire segnava, l’ora cosiddetta “romana”.

In passato le ore si contavano a partire dai rintocchi serali dell’Ave Maria, e se pure il giorno e la notte erano divisi come oggi in periodi di dodici ore, questi coincidevano con il sorgere e il tramontare del sole. Avveniva così che, a seconda della stagione, le ore notturne e quelle diurne avessero diversa durata. Il 21 giugno, per esempio, le ore del giorno duravano circa 75 minuti e 45 quelle della notte; il contrario avveniva il 21 dicembre. La cosa ovviamente rendeva impossibile approntare orologi meccanici in grado di misurare con precisione il tempo.

Si ovviò al problema stabilendo che la giornata fosse composta di 24 periodi di uguale durata. Si decise poi che le ore del mattino si contassero a partire dalle attuali sei e che quelle della sera si calcolassero dalle diciotto. Un’”ora di giorno” erano dunque le nostre sette e un’”ora di notte” le diciannove, e così via. Essendo però i quadranti degli orologi divisi in soli sei settori, a mezzogiorno si ricominciava a contare le ore fino alla sera, e lo stesso si faceva dalla sera fino alla notte e poi di nuovo fino al mattino. Il tutto risultava abbastanza complicato a chi non vi era abituato. Come ci racconta Giuseppe Gioachino Belli un giorno una guardia svizzera davanti all’orologio del Quirinale, esclamò perdendo la pazienza: “Oh Griste sante! Segnar guattre, sonar tiece e star fentidue!”. (Cristo santo! Segna le quattro, suona le dieci e sono le ventidue!).

L’orologio e l’ora romana se ne andarono momentaneamente in pensione nel 1796 con l’arrivo a Roma dell’esercito francese e con l’imposizione della cosiddetta “hora gallica” (quella con la quale contiamo le ore ancora oggi). Con la Restaurazione però l’antico sistema venne ripristinato, e il nostro orologio riattivato. Fu Pio IX che nel 1846 decise, fra non poche proteste, di adottare la nuova misurazione, abbandonando il complicato sistema tradizionale.

Il comportamento dei papi della Restaurazione costituisce una straordinaria metafora del loro tentativo di riportare indietro le lancette della storia. Napoleone doveva essere dimenticato e Roma doveva ritornare ai giorni del 1796 precedenti l’invasione francese. In tutto. Anche negli orologi.

Il nuovo sindaco di Roma, appena eletto si è pronunciato per la demolizione della teca contenente l’Ara Pacis di Augusto, costruita, su progetto dell’architetto Maier dalla precedente giunta di centro-sinistra. Non solo, intende anche chiudere ai film stranieri il festival del cinema inventato dal suo predecessore Walter Veltroni. Insomma, l’anno zero della sua gestione deve coincidere con uno di quelli che hanno preceduto l’inizio dei tre lustri di amministrazione di centro-sinistra.

Dovrebbe, il nostro nostalgico, un giorno che i suoi bollori restauratori gliene lasciano il tempo, andare a visitare il cosiddetto Arco degli Argentari che troverà, addossato alla bella chiesa di San Giorgio in Velabro, a pochi metri dal suo ufficio in Campidoglio. Da quell’arco l’imperatore Caracalla fece scalpellare i rilievi raffiguranti la moglie Plautilla e il suocero Plauziano che lui aveva fatto uccidere. Damnatio memoriae si chiamava l’operazione. Servì a poco. Oggi ci ricordiamo di lui e delle sue vittime e guardiamo con malinconia a tutti i tentativi bizzari o patetici di cancellare il passato a colpi di piccone o di carta bollata.

2008-3 pg 12

 

 

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