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La concezione del tempo nell’antichità

"...allora che cosa è il tempo? Se nessuno me lo domanda lo so. Se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so più" (Sant'Agostino, Le Confessioni, libro XI)

Laura Benatti

Como, 24 marzo 2016.
Il Tempo, sin dall'antichità, è stato uno dei temi più dibattuti dal mondo scientifico e filosofico.

Il filosofo greco Eraclito (VI-V sec. a.C.) affermava con la massima convinzione la durata transeunte, effimera di qualsiasi situazione e, in particolare, la precarietà della condizione umana in continuo mutamento proprio a causa dello scorrere del tempo.

L'intera lirica greca arcaica affronta questo motivo: Mimnermo (VII-VI sec. a.C.) giunge a preferire una morte prematura rispetto all’odiosa vecchiaia, priva di piaceri.

Alceo (630-560 a.C.) nei suoi versi invita al bere perché "... il giorno è lungo un dito...".
Nel IV sec. a.C., Aristotele, il grandissimo filosofo greco maestro di Alessandro Magno, nell’opera "Fisica" cap. IV, definì il tempo: "... moto che ammette una numerazione...". In questa visione il tempo è legato indissolubilmente al moto del cosmo: in una realtà immobile e senza una mente in grado di misurare, la dimensione del tempo non esisterebbe.

Gli Epigrammisti di età ellenistica e di età bizantina, lessero in questo modo il Tempo.
Leonida di Taranto (III sec. a. C.) nell'epigramma A.P.VII 472 scrive: "...la vita umana è un punto minuscolo in mezzo agli abissi infiniti prima della nascita e dopo la morte, in bilico e nell'incertezza. L'esistenza ha una brevissima durata, per di più infelice e... all' estremo del filo c'è già un verme sulla trama non tessuta della spola...".
Pallada (II metà del IV d.C. ) A.P.X 84: "... gli uomini sono allevati e nutriti per la morte e vivono solo per un brevissimo attimo e appena appaiono, subito scompaiono...".

Il poeta latino Orazio (65 a.C. - 8 a.C.) nel famoso motto "carpe diem", Odi, 1, 11, ricorda quanto bisogna godere del momento che teniamo in pugno, perché fra un breve attimo potrebbe essere tutto scomparso nel nulla.

Durante la prima età imperiale, Lucio Anneo Seneca, maestro dell'imperatore Nerone, riprende il tema del tempo ed, in particolare, dello Stoicismo, corrente filosofica alla quale aderiva, mettendo principalmente in luce le conseguenze esistenziali in risposta al profondo turbamento  che imprigiona l'uomo.
Nel  "De brevitate vitae", composto dal 49 al 52 d.C., capitolo II, leggiamo: "... Perché ci lamentiamo della natura delle cose? Ella si è comportata bene: la vita, se la sai sfruttare, è lunga. Ma qualcuno è preso da un'insaziabile avidità, un altro da un affanno premuroso in fatiche inutili, un altro è fradicio di vino, un altro è paralizzato dall'inerzia, un altro è logorato da un'ambizione dipendente dal giudizio altrui, ...altri sono tormentati dal desiderio di combattere... Non dubiterei che fosse vero ciò che fu detto dal più grande dei poeti a mo' di oracolo: è breve quella parte della vita in cui siamo davvero vivi. Tutto lo spazio che rimane non è vita, ma tempo. "

Con la diffusione del Cristianesimo, Sant'Agostino in "Le Confessioni" propone un’inedita visione del Tempo che viene definito "estensione dell'anima".
Secondo il filosofo di Ippona (354 - 430 d.C.), solo l'anima dell'uomo è in grado di avvertire il tempo e mettersi in rapporto con lui. Il futuro, infatti, viene misurato in base all'attesa, il passato in base al ricordo.
La concezione del Tempo passa da quella ciclica delle religioni pagane a quella lineare propria del Cristianesimo.

Il tempo ciclico, proprio della civiltà greco-romana, è concetto cardine anche della filosofia indiana e buddhista, con i concetti di samsara, che solo il nirvana può spezzare, quello di kalachakra e quello dei kalpa, periodi di miliardi di anni, equivalenti pressappoco alle quattro età della mitologia greca (oro, argento, bronzo, ferro).
Sappiamo, inoltre, che l'idea del tempo ciclico era presente anche nell' antica Persia.

Presso gli antichi Germani il Tempo e la religione erano strettamente collegati: pensiamo, ad esempio, al dio del tuono, in ted. "Donner" (tuono), iangl. "Thunder " ( tuono ), collerico, con la barba rossa, identificato con " Giove " dei Romani; da lui dipendono i fenomeni atmosferici, è dio-luce, come Zeus per i Greci, e dal suo nome derivano il tedesco "Donnerstag" e l’inglese "Thursday" (Giovedì).

 

 

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