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L'arte medica nella Roma arcaica, classica ed imperiale

Come si curavano gli antichi Romani? La tradizione, i metodi e le malattie più frequenti 

Laura Benatti

Monaco, 21 settembre 2015
279 a.C.: avvengono i primi contatti di Roma, impegnata nelle guerre puniche con la medicina greca, in questo frangente è importato il culto di Asclepio/Esculapio. Probabilmente solo nel 219 a.C. arrivò a Roma  il primo medico greco, un certo Arcagato, di scuola ippocratica, dapprima  amato alla follia dai Romani, poi cacciato impietosamente perché ritenuto un ‘macellaio’, a causa della sua insensibilità nel recidere la carne dei pazienti. D’altro canto, questo è sempre stato l'atteggiamento dei Romani: ad un amore sviscerato seguiva l’odio atroce. Ne abbiamo testimonianza proprio nelle parole rivolte da Catone il Censore al figlio Marco: i medici greci sono una progenie da cui bisogna assolutamente guardarsi!

Ma esisteva una medicina indigena, completamente romana prima dell’avvento di quella greca? La risposta è positiva: in primis tale arte era praticata dai non liberi, da schiavi che, curando i loro stessi domini, i padroni, si guadagnavano da parte loro una tale fiducia da ottenere la libertà o, comunque, una riconoscenza ed un legame affettivo molto forti. Si ricorda in una lettera di Marco Tullio Cicerone ad Attico la morte del suo fedelissimo Alexion, che provocò nel grande politico romano un dolore incolmabile. In seguito, l’arte medica passò nelle indiscusse mani dei patres familias, i quali ancora comunque si basavano su conoscenze estremamente pratiche e su ricette a base di erbe. In età imperiale, il filosofo stoico Seneca, precettore dell’imperatore Nerone, nel De clementia e nel De beneficiis, sostiene che un bravo medico non deve discriminare i suoi pazienti e deve avere con questi un rapporto di amicizia e di dialogo, proprio al fine di poterli aiutare. Seneca manifesta grande rispetto per la professione medica tracciando anche un ritratto ideale del medico:

 ‘...e così se il medico non fa altro che tastarmi il polso e considerarmi uno dei tanti pazienti, prescrivendomi freddamente ciò che devo fare o evitare, io non gli sono debitore di nulla perché egli vede in me solo un cliente e non un amico. Il vero medico, invece, si è preoccupato di me più del dovuto; è stato in ansia non per la sua reputazione ma per me; non si è limitato ad indicarmi i rimedi, ma li ha applicati con le sue stesse mani; è stato fra quelli che ansiosamente mi assistevano: di conseguenza io sono in obbligo ad un uomo simile non come medico ma come amico’ (Seneca, De beneficiis, VI 16, 2).

Nell'antica Roma mancava un controllo statale volto ad accertare la preparazione scientifica dei medici e un corretto esercizio della professione. Gli esperti di legge si preoccupavano comunque di regolamentare l’uso dei medicamenti. Nell’81 a.C. venne emanata la Lex Cornelia che avrebbe dovuto impedire la commercializzazione di sostanze pericolose per la salute. Nell’assistenza sanitaria esistevano peraltro ambulatori privati e pubblici ed ancora ospedali, ciascuno con le proprie farmacie.

Ma i Romani come amavano normalmente curarsi? Le fonti parlano di rimedi erboristici, di diete (brodo di aragoste, cozze e ostriche, orzo, vino ed acqua), di bagni termali (ereditati da Etruschi e Greci), di esercizi ginnici. Ma anche dell’uso di elementi minerali (come l’oro, l’allume, il verderame, l’argilla), o vegetali e animali (il miele, lo sterco, la bava di lumaca potevano essere preziosi in molte terapie). Con la diffusione a Roma della medicina ippocratica le purificazioni, gli incantesimi, le preghiere, furono quasi completamente eliminati a favore di rimedi naturali, quali pozioni, incisioni, cauterizzazioni. Le pozioni erano generalmente sostanze con proprietà purganti. I medici a Roma erano anche farmacisti: Galeno e Celso, illustri medici romani, citano almeno seicento preparati. Le prime tabernae di medicamenti (le nostre farmacie ed erboristerie) furono aperte a Roma solo quando la creazione dei suddetti farmaci divenne troppo complessa. Le tabernae erano dei veri e propri laboratori per la preparazione dei farmaci composti (anche profumi) e i farmacisti usavano vasi, mortai, ampolle, fiale di vetro, bilance.

La chirurgia nacque dalla pratica di medicare le gravi ferite dei militi sui campi di battaglia o degli atleti sui campi sportivi. Da alcuni importanti scavi archeologici  sono emersi gli strumenti della chirurgia romana, principalmente bisturi, pinze, scatole di medicamenti, coltelli.

Oggi le moderne tecniche radiologiche e lo studio del DNA, applicati ai reperti archeologici, ci aiutano a comprendere di cosa soffrissero principalmente i Romani. Per esempio, di congiuntivite: lo stesso Cicerone afferma in una nota lettera al fratello Quinto di dover dettare le parole, perché non in grado di scrivere personalmente a causa del male agli occhi. Disturbo molto frequente erano le vene varicose (celebre fu il caso di Caio Mario che si fece coraggiosamente estirpare le varici senza farsi legare al letto e senza lamenti; terminato l’intervento su una gamba, rinunciò però a porgere l’altra al chirurgo perché la guarigione non valeva il dolore sopportato), i calcoli alla vescica, la gotta, il saturnismo o intossicazione da piombo, metallo presente in larga misura nelle tubature dell’acqua. Non esistevano né anestesie né antibiotici e spesso quelli che sopravvivevano agli interventi morivano per l’infezione contratta. Non erano infrequenti patologie infettive quali meningite, tifo, tetano, difterite. Molto anticamente le malattie erano ritenute di origine divina, in seguito vennero attribuite alla sola responsabilità umana, in particolare ad un comportamento dissoluto, vizioso, non attento alle regole del mos maiorum.

Nell’ambito femminile erano già in voga presso le donne romane i metodi contraccettivi, come l’utilizzo del silfio, una pianta che si avvicina molto al finocchio. I parti erano molto spesso mortali, ricordiamo il caso di Tullia, la figlia di Cicerone, deceduta  proprio in simile circostanza. Il taglio cesareo non era praticato spesso e ad esso era attribuito un valore mitico e per questo lo si chiamava in causa quando si trattava di personaggi famosi, come Cesare o Cicerone.

La figura dell’ostetrica godeva di cattiva reputazione poiché si riteneva che fosse responsabile di sottrazione di neonati o di pratiche abortive o dell’impiego di rimedi stregoneschi. Nella Commedia latina l’ostetrica è presentata spesso come una vecchia ubriacona. A Roma era già nota la pratica dell’utero in affitto: gli uomini che decidevano di soddisfare le esigenze procreative di un amico o conoscente, gli affidavano la loro sposa già gravida, rimando liberi di richiederla dopo il parto o di lasciarla definitivamente all’amico.

Comunque i Romani erano consapevoli del fatto che le medicine da sole non potevano bastare a guarire, occorreva che anche la natura facesse la sua parte.

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