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Categoria: Cultura italiana a Monaco
Pubblicato Venerdì, 11 Aprile 2014 19:14

Un occhio “diverso“

Intervista al fotografo Raffaele Celentano

Raffaele Gatta

Monaco di Baviera, 11 aprile 2014.
Cammino lungo Reichenbachstraße e al numero 23 ritrovo la galleria del fotografo Raffaele Celentano. Già qualche settimana prima avevo avuto modo di passare davanti alle vetrine della galleria e di osservare le immagini di Celentano. Entro e, immerso tra stampe di diverso formato delle sue opere, lo trovo dietro una scrivania al lavoro. Ci accomodiamo all’esterno, sul retro della galleria c’è, infatti, un piccolo giardino con un tavolo, alcune sedie e altre due grandi stampe fotografiche. Una volta seduti iniziamo una piacevole e interessante conversazione

INTERVenti (IV): Dove sei nato? 
Raffaele Celentano (RC): A Sorrento, sul golfo di Napoli.

IV: Quando è nata l’idea di diventare fotografo professionista?

RC: Già da ragazzino ho capito di avere un “occhio diverso” e una passione per il guardare.Fotografo però lo sono diventato molto più tardi, dopo aver provato tante altre vie. A trent’anni ho vinto un concorso di fotografia in una rivista specializzata.Il paragone con Hanri Cartier Bresson e la scoperta del suo lavoro, mi hanno spinto a lasciareun buon lavoro per l’avventura “Fotografia”. Un anno dopo lavoravo per le più grandi riviste di viaggi tedesche.

IV: Da quanto tempo si trova qui a Monaco e come mai ha scelto proprio la Germania?
RC: In effetti volevo restare due, tre settimane… adesso sono quasi trent’anni.  La Germania era già all’ora, nel 1986, un paese sotto molti punti di vista trenta anni avanti rispetto all’Italia. Questa intuizione e il piacere per il sentirsi straniero, mi hanno spinto a restare.

IV: Quando sono passato per la prima volta davanti alla “Galerie Raffaele Celentano” sono rimasto colpito dalle immagini in bianco e nero che ritraevano, in particolar modo, angoli di Italia. È stato emozionante perché come per un istante mi sono sentito in Italia, in una di quelle scene. Dunque mi viene da chiederle: le sue fotografie hanno una forte componente realistica dovuta all’amore per la natura, il paesaggio e le persone, oppure vi è più una motivazione estetica?
RC: Direi che l’aspetto estetico è quello che mi riesce in maniera intuitiva e spesso sorprende anche me, mentre l’amore per la gente e il loro mondo, ma anche la curiosità per il mondo in generale, sono il vero motore del mio lavoro.

IV: Guardando le fotografie di paesaggio viene da chiedersi se vi è anche una volontà di costituire una memoria e un monito, per far si che la natura non venga abbandonata  attraverso le barbarie della cementificazione o dell’inquinamento, ma  sembra esserci anche il desiderio di rifugiarsi in essa, in quella natura, per dimenticare proprio quel reale di cui si parlava prima.
RC: In effetti, mi rifugio nella fotografia paesaggistica in particolari momenti della mia vita. Soprattutto quando voglio essere solo con me stesso. Le ferite però sono le mie e non quelle del paesaggio. In questi casi la natura, con la sua armonia e perfezione è un balsamo per l’anima. Certo la tristezza per la distruzione della nostra terra è sicuramente parte del mio essere ma, per me, non funziona in maniera creativa, anzi… certe cose, vorrei non vederle.

IV: Ovviamente parlando di fotografia di paesaggio vengono in mente fotografi italiani come Mario Giacomelli che vedeva nella campagna, quadri di simboli e segni, oppure Mimmo Jodice. Lei ha o ha avuto un amore particolare per qualcuno di questi fotografi?
RC: Ho conosciuto questi due grandi fotografi tardi, quando ormai avevo già iniziato la mia professione. Sono arrivato alla fotografia senza saper nulla di grandi fotografi. Penso di aver amato molto di più il cinema in bianco e nero, soprattutto il Neorealismo italiano. Con i film di Olmi, Pasolini, Rossellini e Fellini, ma anche in quelli con Totò nasce in me l’amore per il bianco e nero e quello per la mia terra e la mia gente.

IV: Tornando alle scene di italiani nelle sue immagini vi è la descrizione – ovviamente non sempre -  di un italiano simpatico, furbo (di quella furbizia genuina) come nella foto dei ragazzi che spingendo la fiat 500 guardano la ragazza. Lei crede che gli italiani siano ancora cosi? Sinceri e genuini oppure negli ultimi venti anni vi è stato un forte cambiamento culturale, magari dovuto anche ad una sempre più crescente sfiducia nella politica e nelle istituzioni?
RC: L’italiano furbo e genuino è quello che piace a me. Il problema è che la furbizia degli italiani è sempre meno genuina. Anche i politici corrotti, i raccomandati, i camorristi e via dicendo si sentono furbi. Negli ultimi vent’anni poi, in Italia c’è stata la dittatura dei media con un condizionamento culturale che definirei catastrofale. Oggi l’Italia è un paese saccheggiato e alla rovina. Tristemente direi che oggi gli italiani realmente furbi lasciano l’Italia.

IV: Lei si trova a Monaco da molti anni, trova cambiata questa citta e la Germania in generale? Se sì, in meglio?
RC: Ma! Monaco rimane in testa alle graduatorie tra le città più vivibili al mondo… viene difficile lamentarsi. Certo diventa sempre più una città per ricchi e questo non è molto positivo, è così però in tutte le grandi città europee. Per quanto riguarda la Germania, il discorso è molto più complesso, difficile da spiegare in due righe. Sicuramente è diventata più tollerante, ma questo è un processo che va avanti da decenni. C’è stato anche un grande passo in avanti nel campo culinario. Oggi non ho più bisogno di caricarmi la macchina di specialità nostrane, trovo tutto nel negozio all’angolo.

IV: Gli italiani che vivono qui sono uniti o li trova fortemente individualisti? Spesso qualcuno lamenta di una poca coesione tra connazionali all’estero, ma ovviamente questo è un problema che troviamo già nel ventre del Paese, basti vedere le discordie tra nord e sud.
RC: Le discordie come quelle tra nord e sud in Italia, nascono da un falso senso di coesione. La vera integrazione inizia quando smetti di pensare in termini di nazionalità. Trovo le nuove generazioni di migranti molto più integrate di quelle degli anni sessanta. Sono per questo più individualisti? Non penso. È l’Europa che nasce… sono loro i veri Europei.

IV: Lei crede che le sue fotografie siano maggiormente “comprese” dagli italiani o dai tedeschi?
RC: La comprensione di un’opera d’arte ha sempre a che fare con il livello culturale. Quella di una fotografia però può avvenire anche a più livelli e questo rende il linguaggio fotografico un linguaggio globale.
Credo comunque che esista un diverso livello di educazione all’arte nei due popoli, con le dovute eccezioni ovviamente. In fondo però mi sentirei di dire che le mie foto piacciono indistintamente dalla provenienza geografica dell’osservatore, esse rappresentano fortemente l’Italia che noi tutti portiamo nel cuore e che è amata in tutto il mondo.

IV: Un tempo i tedeschi erano fortemente affascinati dagli italiani e dall’Italia, crede che sia ancora cosi o è cambiato questo rapporto?
RC: Oggi si viaggia molto più facilmente e l’Italia ha perso il bonus del paese facilmente raggiungibile. Ma quale Paese al mondo può offrire tutto quello che l’Italia offre? E i tedeschi, che furbi lo sono veramente, questo lo sanno.

IV: Leggevo sul suo sito alcune opinioni sulla fotografia in generale e su come essa sia cambiata negli ultimi anni. Il digitale, come lei ha scritto, ha profondamente cambiato quest’arte, facendola diventare, come sempre lei dice sul suo sito, qualcosa come la grafica o l’illustrazione. Effettivamente, pensandoci, sembra di essere tornati a quella fase della fotografia chiamata Pittorialismo, anche se con scopi e metodi  assai diversi. Lei crede che si tornerà al valore iniziale della fotografia che la vedeva autentica nel momento dello “scatto”, oppure vi sarà sempre più una progressiva devoluzione di essa in qualcos’altro? Se si pensa che il mercato dell’analogico, quindi delle pellicole e delle carte fotografiche, si è ridotto enormemente le prospettive non sono incoraggianti, però il bello è che fotografi come lei resistono.
RC: No, non si tornerà indietro anzi… la fotografia ha già perso il suo valore di documento. Il futuro in tutti i campi non è certo quello "artigianale". Ovviamente qualche fotografo nel senso classico resisterà, come dice lei, così come resisterà qualche rivista o qualche giornale. Il futuro sarà però sempre più digitale, direi quasi evanescente. Ciò non toglie che ho grande piacere a r-esistere. 

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